Morning Bell: i mercati reagiscono alla guerra ma resta l’instabilità  

AGI – Le Borse salgono, i mercati reagiscono alla guerra, un po’ rassicurate dalle parole del presidente della Fed Jerome Powell, ma restano altalenanti, deboli e volatili, mentre le sanzioni mettono in ginocchio l’economia russa. In Asia i listini avanzano, mentre volano i prezzi del petrolio e del gas. Tokyo cresce dello 0,7%, Hong Kong dello 0,4% e Shanghai cala dello 0,03%.

I future a Wall Street sono leggermente positivi dopo una chiusura in forte rialzo, con lo S&P che ha segnato un +1,82. Powell, parlando ieri davanti al Congresso, è riuscito a placare i mercati escludendo un aumento dei tassi di 50 punti base a marzo e confermando che il rialzo con tutta probabilità sarà di 25 punti base.

Tuttavia il numero uno della Fed ha puntualizzato che la banca centrale potrebbe adottare misure più severe se i livelli di inflazione non scenderanno. In Europa i future sull’EuroStoxx 50 salgono dello 0,4%, dopo una chiusura positiva, trainata da Powell e Wall Street. Insomma, rispunta il sereno sui mercati azionari, mentre non invertono la rotta quelli energetici.

Il prezzo del gas europeo ad Amsterdam ha toccato il record intraday di 194 euro a megawattora, per poi ripiegare agli attuali 168 euro, mentre il prezzo del Brent sfiora 117 dollari al barile, ai massimi dall’agosto 2013 e il Wti supera quota 114 dollari, aggiornando il massimo degli ultimi 11 anni.

La domanda di petrolio russo è crollata da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina. Al di là delle sanzioni occidentali, si tratta di una sorta atteggiamento auto-sanzionatorio da parte dei big del greggio. Oggi comunque l’Opec+, di cui fa parte anche la Russia, ha resistito alla tentazione di aumentare la produzione per far scendere il prezzo del greggio. Anche per questo il prezzo è schizzato ai nuovi massimi. La stessa Opec+ ha ammesso che quest’ultimo rialzo è dipeso da fattori geopolitici e non di mercato. 

Sul gas il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck ha detto che lo scenario peggiore “non si è ancora materializzato” perché la Russia sta ancora inviando gas. E ha aggiunto che per evitare di restare a secco la Germania potrebbe dover mantenere in funzione le centrali elettriche a carbone.

Nel frattempo la Russia è sempre più isolata economicamente e, come rileva Fitch, si comincia a intravedere lo spettro del default. I segnali in questo senso si moltiplicano. Il rublo crolla: ormai vale meno di un centesimo di dollaro. Per comprare un dollaro a fine febbraio servivano 80 rubli, ora ce ne vogliono 115. La stima del Pil precipita a -5%. La Borsa di Mosca è chiusa da 4 giorni.

La gente corre ai bancomat e agli sportelli per ritirare il contante. La banca centrale ha le mani legate dalle sanzioni internazionali e non può usare gli oltre 600 miliardi di dollari di riserve in valuta estera per consolidare il rublo. In compenso, secondo quanto riferisce Reuters, l’istituto ha imposto una commissione del 30% sugli acquisti individuali di valuta estera.

Fitch ha ridotto il rating della Russia di sei gradini, portandolo a livello ‘spazzatura’. Secondo l’agenzia di rating la gravità delle sanzioni internazionali potrebbe minare la capacità e la volontà della Russia di soddisfare il debito. L’invasione russa in Ucraina, considerata il granaio d’Europa, fa volare i prezzi delle materie prime agricole. Alla Borsa di Chicago il grano questa settimana è salito del 25% toccando il top da 14 anni. In rialzo dell’1,8% il mais e dello 0,8% la soia.

Russia e Ucraina insieme pesano il 29% delle esportazioni mondiali di grano, il 19% di quelle di mais e l’80% di quelle di olio di girasole. Oggi Powell parla di nuovo davanti al Congresso ed è previsto anche un intervento del presidente della Fed di New York, John Williams. Dagli Usa sono attesi i dati sugli ordini industriali e di beni durevoli e quelli sui sussidi settimanali di disoccupazione. In agenda le minute della Bce sulla riunione di febbraio

Powell rianima i mercati ma l’inflazione in Europa sale ancora

Il presidente della Fed ha annunciato per marzo una mini-stretta da 25 punti base. E questo è bastato a rianimare i mercati che temevano una stretta di mezzo punto percentuale. “È in linea con quello che ci si aspettava”, ha detto Thomas Hayes, amministratore delegato di Great Hill Capital.

I trader ora vedono una probabilità del 5% di un rialzo del tasso di 50 punti base da parte della Fed alla riunione del 16 marzo e una probabilità del 95% di un aumento del 25 punti base. Powell ha poi detto che l’impatto della guerra in Ucraina sull’economia americana è “altamente incerto”.

“Gli effetti di breve termine – ha osservato – sull’economia americana dell’invasione in Ucraina, della guerra in corso e delle sanzioni restano molto incerti. Una politica monetaria appropriata in questo contesto richiede la necessità di ammettere che l’economia si evolve in modo inatteso. Risponderemo in modo agile ai dati che arriveranno e all’outlook in evoluzione”.

Powell ha poi aggiunto che la banca centrale potrebbe adottare misure più severe se i livelli di inflazione non scenderanno e ha anche osservato che la Fed avvierà nel corso del 2022 la riduzione del suo portafoglio di obbligazioni che ammonta a 8.500 miliardi di dollari. Intanto nell’area euro l’inflazione ha compiuto un nuovo balzo a febbraio, toccando un nuovo massimo storico: la crescita media dei prezzi al consumo ha raggiunto il 5,8% su base annua, secondo la stima preliminare diffusa da Eurostat.

Si tratta del valore più elevato dall’inizio delle serie storiche e dal lancio della valuta unica. Gli analisti si aspettavano un rialzo più contenuto a +5,4%, dopo il +5,1% di gennaio. In un mese i prezzi sono aumentati dello 0,9%. A fare da traino sono stati i prezzi dell’energia, saliti del 31,7%, rispetto al 28,8% di gennaio. Intanto sulle sanzioni l’Ue non arretra: oggi sarà varato il nuovo pacchetto contro la Bielorussia. E, con la guerra che pesa sull’economia, Bruxelles valuta di prolungare la sospensione del Patto di stabilità e non attuare la stretta sul debito.

Aumenta la lista dei big mondiali che lasciano la Russia

Cresce il numero delle grandi aziende occidentali che lasciano la Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina. Apple ha detto di aver smesso di vendere iPhone e altri prodotti in Russia e ha chiuso i suoi App Store, dicendosi “profondamente preoccupata per l’invasione russa dell’Ucraina”.

Il colosso automobilistico Ford ha sospeso le sue joint-venture in Russia. Anche Dell se ne è andata. Volkswagen fa sapere che il suo principale impianto a Wolfsburg, in Germania, potrebbe dover interrompere la produzione a causa dei problemi di approvvigionamento dall’Ucraina.

Per lo stesso motivo Volkswagen aveva precedentemente interrotto la produzione nel suo stabilimento di Zwickau, in Germania, la sua fabbrica più importante per la produzione di auto elettriche, tra cui l’ID.4, esportata negli Stati Uniti. Anche Bmw fa sapere che l’interruzione della catena di approvvigionamento dall’Ucraina ha danneggiato la produzione di alcune sue fabbriche. La major petrolifera britannica Bp ha annunciato la cessione della quota del 19,75% che detiene dal 2013 nella russa Rosneft, anche se non è ancora chiaro se venderà a un nuovo acquirente.  

La società ha annunciato anche che Bernard Looney, l’amministratore delegato di Bp, si dimetterà con effetto immediato dal consiglio di amministrazione di Rosneft. Nella nota che annuncia la mossa si precisa che “l’attacco della Russia in Ucraina è un atto di aggressione che sta avendo tragiche conseguenze nell’area”.

“La decisione che abbiamo preso come consiglio di amministrazione non è solo la cosa giusta da fare, ma è anche nell’interesse di lungo termine di Bp”, afferma Looney. Anche un altro colosso petrolifero, l’americana Exxon ha annunciato che si sta apprestando a chiudere la produzione di un grosso progetto di sviluppo nell’isola di Sakhalin, a est della Russia. Exxon possiede una partecipazione del 30% nel progetto, insieme a Rosneft, alla giapponese Sodeco e all’indiana Ong Videsh. La società ha detto che sta prendendo misure per uscire dal consorzio.

Tra i big dell’energia c’è pure il gigante petrolifero anglo-olandese Royal Dutch Shell, che ha reso noto che intende interrompere le joint venture con la russa Gazprom e il suo coinvolgimento nel progetto Nord Stream 2, cancellato da Germania e Usa dopo l’invasione dell’Ucraina.

“Siamo scioccati dalla perdita di vite umane in Ucraina, che deploriamo come il risultato di una aggressione militare senza senso che minaccia la sicurezza europea”. Così il ceo di Shell, Ben va Beurden, ha annunciato la decisione della società petrolifera anglo-olandese di lasciare le attività a Sakhalin 2 Gnl in cui detiene una partecipazione del 27,5% (l’altro 50% è detenuto da Gazprom).

La società prevede inoltre di porre fine al suo coinvolgimento nel gasdotto Nord Stream 2 che collega la Russia alla Germania. Anche la multinazionale mineraria Glencore, pioniera delle operazioni sui future, che ha sede in Svizzera e in Sudafrica, sta riconsiderando la sua partecipazione del 12% in Rosneft e quella in En+Group, che controlla il colosso russo dell’alluminio Rusal, numero due mondiale del settore. Glencore ha partecipazioni sia in Bp sia in Shell. Se ne è andata dalla Russia anche l’americana Dell, veterana dei pc, che ha sospeso le vendite di prodotti in Russia.

La svedese Ericsson, uno dei big delle reti di tlc, ha sospeso le sue spedizioni in Russia. La danese Moller-Maersk e la Mediterranean Shipping, fondata a Napoli da Achille Lauro, ora di proprietà inglese, i due più grandi operatori di navi portacontainer del mondo, hanno detto che sospenderanno temporaneamente i servizi ai porti russi, anche quelli lontani dal conflitto in Ucraina. Maersk lo ha annunciato ieri, alla luce delle sanzioni imposte alla Russia. Entrambi gli operatori hanno chiarito che continueranno a spostare i prodotti alimentari da e verso la Russia.

Si valuta ipotesi no-fly zone in Ucraina, Mosca non esclude scontri con la Nato

Non si possono escludere “rischi di scontro” con la Nato. Lo ha detto il viceministro degli Esteri russo Alexander Grushko, secondo il quale non si può escludere un’escalation di “incidenti” tra Russia e Alleanza Atlantica. La Nato starebbe “valutando” l’ipotesi di dar vita a una no-fly zone sui cieli dell’Ucraina su richiesta di Kiev.

Lo sostiene il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, citato da Sky News Uk. Questa opzione, esclusa fino a ieri esplicitamente da leader occidentali come Joe Biden o Boris Johnson, contemplerebbe automaticamente la possibilità di dover prendere di mira aerei militari russi e quindi, sulla carta, d’innescare uno scontro diretto con Mosca. “Una Terza Guerra Mondiale, se dovesse scoppiare, sarebbe nucleare e devastante”, ha avvertito il ministro degli Esteri russo Lavrov intervistato da Al Jazeera.     

La zona d’interdizione al volo (in inglese no-fly zone) è un territorio entro il quale vige il divieto di sorvolo. Vengono di solito dichiarate in un contesto di controllo militare per demilitarizzare i cieli di una determinata aera. Quando viene imposta va poi fatta rispettare con le armi. Di fatto, presuppone un coinvolgimento nel conflitto da parte di chi la impone.

È stata applicata anche in aree non di guerra. Ad esempio a Londra in occasione delle Olimpiadi 2012, per impedire eventuali attacchi terroristici. Il presidente ucraino Zelensky l’ha motivata col fatto che, nonostante Mosca affermi di aver bombardato solo basi militari, sono state colpite numerose strutture civili: condomini, ospedali, scuole e infrastrutture fondamentali per la popolazione come quelle idriche.

Per Zelenskiy si tratta di “crimini di guerra” che vanno fermati. L’Ucraina non fa parte dell’Alleanza Atlantica e la Nato può dunque fiancheggiarla ma non impegnarsi militarmente al suo fianco.

“Non intendiamo entrare in Ucraina, né via terra né via cielo” ha ripetuto più volte il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Pure il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ribadito di non voler coinvolgere truppe americane nei combattimenti. “La no-fly zone ci obbligherebbe a farla rispettare, mettendoci in conflitto diretto con la Russia. Cosa che non abbiamo intenzione di fare” ha ripetuto pure la portavoce della Casa Bianca.