Morning Bell: I mercati restano deboli e disorientati

AGI – Nella giornata di martedì 8 marzo i mercati restano deboli e disorientati, dopo un traumatico lunedì nero, mentre la volatilità resta altissima e la Russia minaccia di interrompere le forniture di gas all’Europa, avvertendo che l’esclusione del petrolio russo dai mercati internazionali porterebbe a “conseguenze catastrofiche” e farebbe lievitare i prezzi del greggio fino a 300 dollari al barile.

Sui mercati asiatici il petrolio va in altalena, con il Brent che si attesta a 125 dollari, dopo essere volato ieri quasi a quota 140, il top da 14 anni, e con il Wti che viaggia sopra quota 120 dopo aver toccato un massimo di 130 dollari.

In Asia i listini restano deboli, con Tokyo che arretra dell’1,78%, Shanghai delo 0,9% e Hong Kong dello 0,4%. I future a Wall Street calano sotto l’1%, dopo il bagno di sangue di ieri, con il Nasdaq giù del 3,6%. A New York il listino dei tecnologici è entrato in ‘bear market’, cioè è sceso di oltre il 20% dall’ultimo picco di novembre. Sempre giù anche i future sull’EuroStoxx, che arretrano dell’1%, dopo aver chiuso in rosso ieri ma sopra i minimi, grazie al fatto che Berlino si è opposta alla proposta di vietare le importazioni di petrolio russo.

Il cancelliere tedesco, Olaf Scholz ha avvertito che una messa al bando del greggio e del gas provenienti dalla Russia metterebbe a rischio la sicurezza energetica europea. E anche Olanda e Gran Bretagna hanno frenato sulla proposta Usa di vietare l’import russo di greggio anche se, secondo fonti citate da Reuters, l’amministrazione Biden intenderebbe andare avanti per questa strada, anche se gli alleati europei non la seguiranno.

Intanto ieri il prezzo del gas europeo è volato fino a 335 euro per megawattora e ha chiuso a quota 260 euro. Solo un anno fa stava a 20 euro e prima che parlassero le armi in Ucraina non superava quota 25 euro. L’aumento dei prezzi dell’energia spaventa soprattutto l’Europa, mentre gli Usa appaiono più protetti grazie alla loro autonomia energetica. A preoccupare sono le prospettive di guerra in Ucraina, che appare destinata a durare a lungo.

Oggi, secondo quanto annunciato dall’Eliseo, il presidente francese, Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, si sentiranno al telefono con il leader cinese, Xi Jinping. La Cina ha definito “solida come una roccia” la sua amicizia con Mosca, ma il ministro degli Esteri Wang Yi ha fatto capire che Pechino è disposta a svolgere un ruolo di mediazione nel conflitto ucraino.

Intanto l’Ucraina entra nel 13esimo giorno di guerra e le città sotto assedio sperano nella tregua annunciata per stamani dai russi, la quarta dopo tre consecutive cadute nel vuoto. La Russia ha annunciato un cessate-il-fuoco dalle 8 di stamani per permettere l’evacuazione di civili da Kiev, Chernihiv, Sumy, Kharkiv e Mariupol. Intanto gli investitori hanno spostato la loro attenzione su come il conflitto geopolitico potrebbe intaccare l’inflazione e la crescita globale.

E, come ha detto Jim Paulsen, capo stratega di Leuthold Group, si “preparano ad affrontare una crescita più lenta e un’inflazione più persistente”. In altre parole, fanno quello che si fa sempre in questi casi: acquistano beni sicuri e vendono quelli più a rischio. L’oro, che ieri era salito al suo nuovo record sopra 2.000 dollari, continua a correre.

A livelli record anche alluminio, rame, palladio e nichel, mentre lo spread in Italia è risalito sopra 160 punti. A prendere le misure di questo nuovo clima dei mercati ci pensano, come rivela la Cnbc, gli esperti Citi, Ubs, Yardeni Research ed Evercore i quali hanno abbassato l’outlook dell’azionario statunitense. Ed Yardeni prevede che quest’anno lo S&P 500 subirà un declino del 16% e chiuderà il 2022 a 4.000 punti.

“Pensiamo che questo potrebbe rivelarsi uno degli anni più pericolosi per gli investitori azionari – scrive Yardeni una nota. – Per l’economia degli Stati Uniti prevediamo stagflazione, con persistente più alta inflazione e meno crescita economica di quanto previsto prima della guerra. Una recessione non può più essere esclusa”. 

In Europa cresce il rischio di stagflazione 

La forte volatilità dei mercati è legata al timore che le vicende belliche e i prossimi rialzi dei tassi possano frenare la crescita senza riuscire a raffreddare l’inflazione. Questo spiega anche l’avversione al rischio degli investitori e spiega il calo dei rendimenti dei Treasury decennali poco sopra l’1,7%, mentre 4 settimane fa, avevano superato il 2% per la prima volta dall’agosto 2019.

Tuttavia la vera preoccupazione è un’altra: il rialzo del rendimento del biennale Usa all’1,518 e soprattutto il fatto che lo spread tra il rendimento del Treasury a 2 anni e quello a 10 anni sia ai minimi dall’inizio del 2020, il che è un brutto segno per i mercati che interpretano l’appiattimento della curva dei rendimenti come un segnale di recessione.

Negli scorsi anni le “recessioni” sono sempre state anticipate dall’inversione della curva dei tassi negli Usa. Cioè i titoli di Stato americani a 2 anni che hanno rendimenti maggiori rispetto a quelli a 10 anni. Per ora l’inversione sembra lontana, ma la curva si fa sempre meno “inclinata” e questo indica che il mercato vede all’orizzonte un rallentamento economico e di conseguenza la temibile stagflazione.

Che significa? Diciamo che un’economia è in stagflazione, quando soffre non solo per l’assenza di crescita ma anche per un forte rincaro dei prezzi. A lanciare l’allarme sono gestori di fondi, il 30% dei quali ora si attendono una situazione di stagflazione entro i prossimi 12 mesi, contro il 22% del mese scorso.

“La stagflazione – sostiene Antonio Cesarano, chief strategist di Intermonte Partners – in questo contesto diventa uno scenario sempre più probabile almeno per l’Europa, anche se successivamente potrebbe interessare anche gli Usa”.

In questa fase l’Europa è a rischio in quanto risente maggiormente dei crescenti prezzi dell’energia, mentre a proteggere gli Stati Uniti è la sua autonomia in termini energetici. L’effetto stagflazione comporterà un cambio di rotta nella politica delle banche centrali, che dovranno pensare di meno alle strette monetarie e di più a far ripartire l’economia. “Per prima comincerà la Bce – dice Cesarano – tra qualche mese potrebbe essere il turno anche della Fed, che prima però potrebbe tentare di avviare una breve fase di rialzo tassi/riduzione del bilancio”.

Attese per la giornata di giovedì

Giovedì per i mercati sarà una giornata clou. Nel pomeriggio, nel giro di poche ore, si riunisce la Bce, parla Christine Lagarde e escono i dati sull’inflazione Usa a febbraio, che a loro volta saranno indicativi in vista della riunione della Federal Reserve del prossimo 16 marzo. Cosa farà questo giovedì la Bce? Intanto probabilmente dirà che l’impatto della guerra renderà più soft la normalizzazione monetaria.

Per questo potrebbe omettere di dare indicazioni sulla fine del Qe. Finora aveva detto che avrebbe ridotto gli acquisto a 40 miliardi di euro mensili nel secondo trimestre e 30 miliardi mensili nel terzo, per poi proseguire con 20 miliardi di euro mensili da ottobre.

A differenza di quanto sembra emergere come consenso diffuso all’interno della Bce, lo scenario di guerra ora potrebbe cancellare l’ipotesi di uno stop agli acquisti da ottobre. Inoltre giovedì la Bce rivedrà le sue stime di crescita e di inflazione.

Fino ad adesso è trapelato che la crescita del Pil europeo quest’anno potrebbe subire un taglio dello 0,3-0,4% per via della guerra. Riguardo all’inflazione, che nell’area euro a febbraio ha toccato il massimo storico del 5,8%, la Bce dovrà dire se i prezzi saliranno intorno al 2% nei prossimi tre anni, o meno.

Sui tassi di interesse recentemente la Bce non ha più escluso un rialzo dei tassi a fine anno. Tuttavia ha sempre detto che prima occorre finire il Qe e poi rialzare i tassi. Se però non verrà indicata una data di fine del Qe, allora implicitamente il rialzo dei tassi si allontanerebbe. Giovedì usciranno anche i dati sull’inflazione Usa, che a febbraio è attesa in rialzo dal 7,5% al 7,9% annuale.

L’inflazione ‘core’, quella con l’esclusione dei dati più volatili dei beni energetici e di quelli alimentari, dovrebbe salire dal 6% al 6,4% annuo. I riflessi sui mercati “se uscirà un dato in linea con le attese – spiega Cesarano – la Fed a marzo rialzerà i tassi di un quarto di punto, come auspica Powell, se invece dovesse uscire un dato superiore all’8%, allora i mercati potrebbero entrare i fibrillazione, ipotizzando un rialzo dei tassi di 50 punti base”.