Morning Bell: l’altalena della paura sui prezzi delle materie prime

AGI – I mercati salgono per il forte calo del prezzo del petrolio e in vista dell’incontro in Turchia tra i ministri degli Esteri di Russia e Ucraina, Lavrov e Kuleba. La situazione resta comunque molto incerta e caratterizzata da una forte volatilità. “Le azioni sono state vendute in modo piuttosto aggressivo per diversi giorni. Non so se”, rivela un analista, questo rialzo “cambierà in modo permanente la direzione delle cose”.

A guidare i ribassi del greggio è stata l’apertura dell’Opec a un aumento dell’offerta e la possibilità che l’Aie possa attingere nuovamente alle riserve strategiche. “Il mondo sta lavorando insieme per far fronte all’impennata dei prezzi del petrolio e questo ha messo una ‘toppa’ a breve termine sui rialzi del greggio” ha scritto in una nota Ed Moya, analista senior di Oanda.

Negli Usa primo voto al Congresso per approvare il budget, che finanzierà le attività del governo fino a settembre, nel provvedimento ci sono anche 14 miliardi di dollari per l’Ucraina. Intanto oggi c’è attesa sui mercati per la riunione della Bce e per l’uscita dei dati sull’inflazione Usa a febbraio,

I negoziati sull’Ucraina non saranno facili ma riprendono piede e questo piace ai mercati, dove è ritornata un po’ di propensione al rischio. Il prezzo dell’oro è sceso sotto i 2.000 dollari ed è in calo dello 0,8% a 1.975 dollari l’oncia. Chiusura in forte discesa per il gas naturale, che sulla piazza di Amsterdam, perde il 27,35% a 155,88 euro, dopo aver ceduto oltre il 5% martedì scorso. Lo spread tra Btp e Bund scende sotto quota 148 punti, mentre il rendimento del decennale tedesco torna positivo. 

Gli analisti restano scettici sulla durata della flessione del prezzo del petrolio. “L’incertezza su dove e quando l’offerta riuscirà a sostituire la mancanza del greggio proveniente dalla Russia, il secondo più grande esportatore al mondo, in un mercato ristretto, non cambia le previsioni sull’andamento dei prezzi del petrolio, che oscillano tra 100 e 200 dollari al barile. Quindi, dire che il mercato del petrolio è confuso è un eufemismo: siamo in una situazione senza precedenti”, commenta Stephen Innes, managing partner di SPI Asset Management.

La forte volatilità dei mercati è legata al timore che le vicende belliche e i prossimi rialzi dei tassi possano frenare la crescita senza riuscire a raffreddare l’inflazione. Questo spiega anche l’andamento altalenante dei rendimenti dei Treasury decennali Usa che viaggiano all’1,94%, dopo essere scesi questa settimana sotto l’1,7%  e aver superato 4 settimane fa il 2% per la prima volta dall’agosto 2019. Tuttavia la vera preoccupazione dei mercati è un’altra: il rendimento del biennale Usa si attesta all’1,67% e lo spread tra il rendimento del Treasury a 2 anni e quello a 10 anni è ai minimi dall’inizio del 2020, il che è un brutto segno per i mercati che interpretano l’appiattimento della curva dei rendimenti come un segnale di recessione.

Negli scorsi anni le “recessioni” sono sempre state anticipate dall’inversione della curva dei tassi negli Usa. Per ora l’inversione sembra lontana, ma la curva si fa sempre meno “inclinata” e questo indica che il mercato vede all’orizzonte un rallentamento economico e di conseguenza la temibile stagflazione.

Che significa? Diciamo che un’economia è in stagflazione, quando soffre non solo per l’assenza di crescita ma anche per un forte rincaro dei prezzi. Gli economisti dell’istituto Kiplinger ora si aspettano che il Pil Usa quest’anno cresca solo del 4% quest’anno, dopo il 5,7% dedl 2021. BoFa invece prevede una crescita del 3,6% nel 2022 e Goldman Sachs si tiene ancora più bassa al 3,2%. Anche il 30% dei gestori di fondi ora si attendono una situazione di stagflazione entro i prossimi 12 mesi, contro il 22% del mese scorso.

“La stagflazione – sostiene Antonio Cesarano, chief strategist di Intermonte Partners – in questo contesto diventa uno scenario sempre più probabile almeno per l’Europa, anche se successivamente potrebbe interessare anche gli Usa”. In questa fase l’Europa è più a rischio in quanto risente maggiormente dei crescenti prezzi dell’energia, mentre a proteggere gli Stati Uniti è la sua autonomia in termini energetici.

L’effetto stagflazione comporterà un cambio di rotta nella politica delle banche centrali, che dovranno pensare di meno alle strette monetarie e di più a far ripartire l’economia. “Per prima comincerà la Bce – dice Cesarano – tra qualche mese potrebbe essere il turno anche della Fed, che prima però potrebbe tentare di avviare una breve fase di rialzo tassi/riduzione del bilancio”. 

È una giornata clou per i mercati. Nel pomeriggio, nel giro di poche ore, si riunisce la Bce, parla Christine Lagarde ed escono i dati sull’inflazione Usa a febbraio, che a loro volta saranno indicativi in vista della riunione della Federal Reserve del prossimo 16 marzo. Cosa farà oggi la Bce? Intanto probabilmente dirà che l’impatto della guerra renderà più soft la normalizzazione monetaria e potrebbe ritardare fino al 2023 la svolta restrittiva.

In altre parole potrebbe omettere di dare indicazioni sulla fine del Qe, cancellando l’ipotesi di uno stop agli acquisti da ottobre. Inoltre la Bce rivedrà le sue stime di crescita e di inflazione. Finora è trapelato che la crescita del Pil europeo quest’anno potrebbe subire un taglio dello 0,3-0,4% per via della guerra. Riguardo all’inflazione, che nell’area euro a febbraio ha toccato il massimo storico del 5,8%, la Bce dovrà dire se i prezzi saliranno intorno al 2% nei prossimi tre anni, o meno.

Sui tassi di interesse recentemente la Bce non aveva più escluso un rialzo dei tassi a fine anno. Tuttavia ha sempre detto che prima occorre finire il Qe e poi rialzare i tassi. Se però non verrà indicata una data di fine del Qe, allora implicitamente il rialzo dei tassi si allontanerebbe. Oggi c’è attesa anche per i dati sull’inflazione Usa, che a febbraio è prevista in rialzo dal 7,5% al 7,9% annuale.

L’inflazione ‘core’, quella con l’esclusione dei dati più volatili dei beni energetici e di quelli alimentari, dovrebbe salire dal 6% al 6,4% annuo. I riflessi sui mercati “Se uscirà un dato in linea con le attese – spiega Cesarano – la Fed a marzo rialzerà i tassi di un quarto di punto, come auspica Powell, se invece dovesse uscire un dato superiore all’8%, allora i mercati potrebbero entrare in fibrillazione, ipotizzando un rialzo dei tassi di 50 punti base”.