Morning bell: l’attesa è per i dati di domani sull’inflazione Usa

AGI – I mercati aprono la settimana contrastati e incerti, in attesa della pubblicazione domani dei dati sull’inflazione statunitense e dopo che un forte mercato del lavoro Usa venerdì scorso ha rafforzato la prospettiva di ulteriori aggressive strette monetarie da parte della Federal Reserve. I prezzi al consumo dovrebbero rallentare negli Stati Uniti a luglio scendendo di qualche decimo sotto il 9%, anche se i prezzi ‘core’, al netto di energia e dei beni alimentari, dovrebbero salire, perché la domanda di servizi resta alta.

E giovedì escono anche i dati sui prezzi alla produzione Usa, sempre a luglio. Inoltre a pesare sui mercati è la forte impennata dell’occupazione Usa di venerdì scorso che ha allontanato i timori di recessione, innalzando fino al 70% la possibilità di nuovi maxi-rialzi dei tassi dello 0,75% da parte della Fed a settembre.

Oggi i listini in Asia sono misti e i future a Wall Street in leggero rialzo, dopo una chiusura contrastata ieri a New York. Intanto crescono le tensioni geopolitiche a Taiwan e in Ucraina. La Cina ha esteso le esercitazioni militari intorno all’isola di Taiwan, che avrebbero dovuto terminare ieri notte.

E il governo di Taipei teme che, così facendo Pechino voglia deliberatamente “aprire una crisi”. A Kiev, a quasi sei mesi dall’inizio della guerra in Ucraina, continuano ad arrivare gli aiuti dall’Occidente. Il Pentagono ha annunciato l’invio di nuove armi per un miliardo di dollari, mentre alcuni missili hanno sfiorato la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa. Mosca e Kiev si scambiano accuse reciproche sulla responsabilità degli attacchi. E il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres teme che la guerra possa scatenare una catastrofe nucleare. “Mi auguro – ha detto – che quegli attacchi finiscano e che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica possa avere accesso all’impianto”.  Oggi a Tokyo la Borsa perde quasi un punto percentuale, mentre Hong Kong guadagna intorno allo 0,50% e Shanghai avanza. I future a Wall Street sono positivi, dopo che ieri ha New York ha chiuso debole e mista. Il Dow Jones ha guadagnato lo 0,09%, l’S&P 500 ha perso lo 0,12% e il Nasdaq ha limato lo 0,1%.

Sul listino ha pesato la giornata negativa di Nvidia che ha lasciato sul terreno il 6,3% dopo aver annunciato ricavi nel secondo trimestre per 6,7 miliardi di dollari contro gli 8,1 miliardi attesi dal mercato. Il crollo del colosso di Santa Clara ha trascinato con sé l’intero comparto dei microchip. Marvell Technology ha ceduto il 2,37%, Lam Research il 2,01% e Taiwan Semiconductor Manufacturing il 2,05%. Il rimbalzo del petrolio, con il Wti che è stato fissato al Nymex sopra quota 90 dollari a barile, ha aiutato il comparto energetico. ExxonMobil è salita dello 0,57% e ConocoPhillips dello 0,83%. Intanto la paura della recessione continua a farsi sentire sui Treasury, che flettono leggermente, col 2 anni sopra il 3,2%, mentre il 10 anni scende sotto il 2,8%. “Il 10 anni – spiega Vincenzo Bova, strategist di StmCapitalservices – tornerà a salire e la curva dei rendimenti smetterà di essere negativa quando i dati del Pil diventeranno brutti sul serio e l’inflazione inizierà a scendere, il che avverrà non prima della fine dell’anno”.

In lieve ribasso i future sull’EuroStoxx 50, dopo la chiusura positiva di ieri delle Borse europee, dove anche Milano ha terminato in rialzo dello 0,62%, nonostante il taglio del rating sovrano dell’Italia da stabile a negativo operato da Moody’s venerdì scorso. Lo spread è salito a 213 punti, contro i 206 della chiusura di venerdì scorso e il cambio dell’euro è leggermente in calo sotto 1,202 dollari, mentre il biglietto verde resta sotto 135 yen. Il prezzo del petrolio in Asia è in leggero calo dopo alcuni progressi nei negoziati per rilanciare l’accordo nucleare iraniano del 2015, che spianerebbe la strada ad un aumento dell’export di greggio di Teheran. Ieri al Nymex comunque il Wti è risalito sopra quota 90 dollari al barile e il Brent è salito sopra I 96 dollari.

“Anche in presenza di shock quali recessione, politica zero-Covid, rilascio delle riserve strategiche Usa e produzione russa in ripresa ben al di sopra delle aspettative” rimangono “forti le ragioni per un aumento dei prezzi del petrolio”. E’ quanto rileva uno studio di Goldman Sachs. “Questa settimana i segnali non sono buoni per i mercati” sostiene Bova, secondo il quale “la scorsa ottava le Borse erano salite tanto, sperando che la Fed rallentasse sui tassi. Poi l’aumento dell’occupazione Usa a luglio ha messo un freno alla risalita dell’azionario. Questa settimana sarà importante capire come reagiranno mercoledì i mercati ai dati sull’inflazione Usa. Tuttavia servirà un rallentamento molto forte dei prezzi per far cambiare idea agli investitori e farli tornare ottimisti, anche perchè c’è da tener conto che la Fed continuerà sempre più a drenare liquidità dai mercati. E di fondo c’è da capire cosa farà la Cina a Taiwan, dove la situazione è grave, perchè i cinesi si sono arrabbiati di brutto”.  Questa settimana l’agenda è piuttosto scarna di avvenimenti di rilievo, a parte l’inflazione Usa. Oggi in Kenya si tengono elezioni generali, segnate dal carovita e dalla siccità. Venerdì in Gran Bretagna uscirà il dato preliminare del Pil del secondo trimestre, atteso in contrazione rispetto al trimestre precedente. Sempre venerdì la Russia diffonderà i dati sul Pil nel secondo trimestre, da cui sarà possibile ricavare l’impatto della guerra e delle sanzioni occidentali. Domani sono attesi i dati sull’inflazione della Cina, previsti in rialzo. Anche il Brasile oggi e poi la  Germania e la Cina domani e la Francia venerdì pubblicheranno i dati sull’inflazione a luglio. Sul fronte monetario giovedì si terrà la riunione della banca centrale messicana, che dovrebbe rialzare i tassi di tre quarti di punto, portandoli all’8,50%. Da monitorare anche gli interventi di diversi membri Fed, prevalentemente non votanti, che parleranno tutti dopo la pubblicazione del dato sull’inflazione di mercoledì.  

Oggi si tengono le elezioni in Kenya, tra siccità e inflazione

In un clima di forte tensione politica, carovita e siccità, oggi 22,1 milioni di elettori, in Kenya, andranno alle urne per le elezioni generali. Per la successione al presidente Uhuru Kenyatta, in carica dal 2013 e impossibilitato a candidarsi per un terzo mandato, concorrono il vice presidente William Ruto e il suo grande rivale, l’ex primo ministro Raila Odinga. I politici hanno firmato un patto per riconoscere i risultati ed evitare nuovi scontri tra fazioni.

Il Kenya risente fortemente dal forte aumento dei prezzi del cibo e del carburante legato all’invasione russa dell’Ucraina. L’inflazione a luglio è salita all’8,3%, anche se una sfida ancora più grande riguarda la sopravvivenza stessa di 18 milioni di keniani che stanno subendo una carestia estrema, causa diretta della peggior siccità degli ultimi 40 anni, in un contesto già segnato dalla pandemia di Covid-19. La mancanza d’acqua nel Paese africano ha fatto aumentare del 25% il numero di bambini che soffrono di malnutrizione acuta quest’anno fino ad arrivare a quasi un milione, con il timore di un ulteriore incremento se le previsioni per un’altra stagione senza piogge risulteranno corrette, portando a una catastrofe senza precedenti.