Morning Bell: le conseguenze della strage di Bucha sui mercati

AGI – I mercati iniziano la settimana deboli, incerti e contrastati. Le immagini del massacro di civili a Bucha scioccano l’Occidente e rilanciano l’ipotesi di nuove più incisive sanzioni contro la Russia, mentre prosegue l’inversione della curva dei rendimenti dei Treasury Usa, che per i mercati rappresenta la spia di una possibile recessione.

In Asia le Borse sono miste, con Tokyo piatta e Hong Kong in rialzo: le piazze cinesi sono chiuse invece per festività. A Hong Kong la governatrice Carrie Lam ha annunciato che non correrà per un secondo mandato, mentre John Lee Ka-chiu, il numero due del governo, fa sapere che parteciperà alla corsa da governatore.

I future a Wall Street sono misti e piatti, dopo che per la prima volta in due anni i listini di New York hanno terminato il trimestre in rosso, pur avanzando a marzo. Poco mossi anche i future sull’EuroStoxx 50, dopo che le Borse europee venerdì scorso hanno messo a segno la prima discesa trimestrale dai primi giorni della pandemia del 2020, trainate verso il basso da un’inflazione che a marzo nel Vecchio Continente è volata al 7,5%, avvicinandosi ai livelli Usa, dove a febbraio ha sfiorato l’8%.

In Ungheria il premier Viktor Orban si proclama vincitore alle elezioni contro un’opposizione che si è riunita in un’unico cartello per porre fine alla stagione “illiberale” inaugurata dallo stesso Orba’n 20 anni fa. In leggero rialzo in Asia i prezzi del petrolio, con il Wti che resta sotto i 100 dollari e il Brent leggermente sopra quota 104 dollari.

Questa settimana i prezzi del petrolio saranno un importante market mover, dopo essere calati del 13% la settimana scorsa, sulla scia del maxi rilascio delle riserve petrolifere Usa deciso dal presidente Joe Biden: un milione di barili al giorno per sei mesi, una mossa estrema, messa in atto per combattere il caro energia e contenere l’inflazione statunitense, sostituendo il greggio russo mancante con il petrolio americano.

Intanto i colloqui di pace tra Russia e Ucraina si trascinano e la Germania non esclude più la possibilità che l’Unione europea possa decidere un divieto delle importazioni di gas russo, un passo che manderebbe i prezzi ancora più in alto, costringendo diversi Paesi europei a una sorta di razionamento energetico.

Questa settimana c’è attesa per i verbali della Federal Reserve e della Bce, che usciranno rispettivamente mercoledì e giovedì prossimo. L’aspettativa è che la Fed proceda con una serie di aggressivi rialzi dei tassi di interesse, portando il costo del denaro in rialzo tra il 2,5% e il 2,75% alla fine del 2022.

I mercati stanno già prezzando questi rialzi e il tasso sul Treausury a due anni e’ salito al 2,49%, il massimo da tre anni, ben al di sopra del tasso del 10 anni, che è al 2,41%. Lo sfasamento tra i due tassi rende ancora più vistosa l’inversione della curva dei rendimenti, un’anomalia che per i mercati rappresenta il segnale di una possibile recessione in arrivo nei prossimi mesi.

La Bce teme l’inflazione e pensa di anticipare fine del Qe

L’inflazione europea a marzo è salita del 7,5%, molto più delle attese, dal 5,9% di febbraio. A questo punto l’Eurozona è praticamente allo stesso livello degli Stati Uniti, che a febbraio sono a un soffio dall’8%. Che farà la Bce? Le minute di giovedì ci diranno un po’ di più sulla posizione dei ‘falchi’. Uno di loro, il Governatore della banca centrale olandese, Klaas Knot ha lasciato intendere che la fine del Qe potrebbe essere anticipata da settembre e luglio e che ai primi di settembre, se il quadro dell’inflazione dovesse peggiorare, si potrebbe già anticipare un primo rialzo dei tassi.

L’inversione della curva dei tassi e il dilemma della Fed

Nella settimana appena conclusa negli Usa i rendimenti dei Treasury a 2 e 30 anni si sono invertiti per la prima volta dal 2019 ma soprattutto si sono invertiti quelli a 2 e 10 anni, i più importanti, quelli che per i mercati rappresentano il segnale di una possibile recessione in arrivo nei prossimi mesi.

La prossima settimana l’inversione probabilmente aumenterà, ma adesso la curva dei rendimenti statunitense è praticamente piatta e si è fermata al 2,5%, vicinissima a quel 2,4% che la Fed considera il punto di equilibrio che si è data a lungo termine. In pratica i mercati hanno già prezzato tutti i rialzi che la Fed si aspetta di fare a lungo termine. “A mio avviso – spiega Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte – questo significa che la parte a lungo, lunghissimo termine è pronta a diventare sempre di più un termometro del rischio di recessione”.

Salterebbe cosi’ l’idea di un soft landing da parte della Fed, che punta a rialzare velocemente i tassi per frenare l’inflazione senza danneggiare troppo la crescita. Questo è l’obiettivo della Fed e anche quello di Joe Biden, in vista delle elezioni di midterm novembre. L’ipotesi e’ che l’economia Usa sia abbastanza forte da assorbire un rapido e aggressivo aumento dei tassi. Tuttavia l’inversione della curva dei rendimenti ci dice un’altra cosa e cioè che questa ‘cura da cavallo’ della Fed contro l’inflazione, in un tempo molto ristretto potrebbe spingere l’economia Usa in recessione. In pratica negli Usa ci sono attualmente due scuole di pensiero che si stanno confrontando sulle curve di rendimento. Intanto una premessa: un’inversione della curva del 2-10 anni in genere significa che entro 12-24 mesi potrebbe arrivare una recessione.

Gli ottimisti sostengono che stavolta e’ diverso e che la Fed frenera’ l’inflazione, rallentando l’economia ma senza farla entrare in recessione tra 12-24 mesi. “Il mio timore – spiega Cesarano – è che la guerra e i rapidi e aggressivi rialzi dei tassi della Fed, in questa fase, accelerino i fattori di rallentamento della crescita, portandoci in recessione nel 2024, che poi è quello che ci segnalano anche i tassi con l’inversione”. Mercoledì prossimo dai verbali della riunione della Fed di marzo, non usciranno grandi novità sui tassi ma semmai sapremo qualcosa di piu’ sui tempi della riduzione del bilancio della Fed.