Morning Bell: preoccupa il rialzo delle materie prime e l’inflazione

AGI – I mercati restano deboli, estremamente volatili e preoccupati di come il rialzo dei prezzi delle materie prime e l’inflazione, sulla scia dei venti di guerra in Ucraina, stiano intaccando la crescita globale.

Non si arresta la corsa del petrolio e in Asia i listini arretrano, mentre i future a Wall Street e in Europa girano al rialzo. Sui mercati pesano le incertezze sulla guerra e la decisione del presidente Joe Biden di imporre un divieto immediato sulle importazioni di petrolio e gas russi.

Anche Londra annuncia che eliminerà gradualmente le importazioni di petrolio e di prodotti petroliferi russi entro la fine del 2022, mentre Berlino e l’Europa frenano. Il Brent guadagna il 2,41% a 131,07 dollari al barile e il Wti sale del 2% a 126,17 dollari.

In Asia Tokyo cede dello 0,3%, Hong Kong perde l’1,66% e Shanghai l’1,38%. In rialzo intorno allo 0,4% i future a Wall Street, dopo una nuova chiusura negativa ieri sera, che ha trascinato il Dow Jones e l’S&P 500 ancora più in fase di correzione e cioè in calo di oltre il 10% dal picco più recente e il Nasdaq in ‘bear market’ e cioè oltre il 20% sotto l’ultimo picco di novembre.

Salgono di oltre l’1% i future sull’EuroStoxx 50 dopo che ieri le Borse europee hanno chiuso contrastate al termine una giornata altalenante, in cui ha giocato una spinta importante l’ipotesi di un piano su vasta scala di eurobond dell’Ue per finanziare le spese per l’energia e per la Difesa. 

Ieri il gas europeo è balzato a un massimo di 295 euro per Megawattora. Un anno fa lo stesso gas costava circa 18 euro: quindi oggi lo paghiamo molto più di dieci volte tanto.

“Uno shock petrolifero per sua natura tende a maturare, non è una tantum e il mercato potenzialmente tende a digerire la possibilità di un rialzo dei prezzi del petrolio fino a 150 dollari, prima di tornare a 100 dollari”: così fotografa la situazione Stephen Innes, managing partner di SPI Asset Management, il quale ritiene anche che “avviare le sanzioni senza aver prima sviluppato delle alternative di approvvigionamento rischia di far salire molto più in alto il prezzo dei prodotti energetici”.

Insomma, i mercati restano estremamente volatili, incapaci di valutare in modo fiducioso la situazione a causa della complessa situazione dell’economia globale e della guerra. Sono già, secondo l’Onu, più di 2 milioni le persone fuggite dall’Ucraina.

Intanto Zelensky si dice pronto a trattare sui territori contesi, compreso il riconoscimento della Crimea e del Donbass, ma non è disponibile alla resa. Ieri è sceso in campo Xi Jinping che ha parlato al telefono con Macron e Scholz. La Cina, che molti considerano l’unica in grado di avviare una mediazione credibile, “deplora profondamente” la guerra ma boccia le sanzioni, che considera “dannose per tutti”.

Sospeso a Londra per eccesso di rialzo il nickel

Ieri la London Metals Exchange è stata costretta a sospendere il trading di nickel, di cui la Russia è il primo produttore mondiale, dopo che il metallo ha toccato un prezzo record di 100 mila dollari a tonnellata. Circa il 77% del nichel consumato nel mondo occidentale viene impiegato per fabbricare acciaio inox austenitico ma l’importanza del nickel sui mercati è legata al fatto che è diventato strategico per la produzione delle batterie delle auto elettriche. Si tratta dunque di una delle materie prime fondamentali per il futuro di uno dei settori chiave dell’industria del futuro, quella delle auto elettriche.

Più auto elettriche significa più batterie e più batterie significa maggiore consumo di alcuni materiali, tra i quali oggi il nickel è uno dei più importanti. Si prevede che l’utilizzo di nichel per la produzione di veicoli elettrici aumenterà di oltre dieci volte entro il 2025: dalle 60.000 del 2018 si passerà alle 665.000 tonnellate.

Anche nel breve periodo, la domanda resta robusta. Le misure di contenimento della pandemia hanno provocato una brusca frenata, ma il consumo per le batterie è rimasto comunque forte. 

Ue, verso Eurobond per finanziare spese energia e difesa

Bruxelles sta pensando ad un nuovo Eurobond per finanziare le proprie spese energetiche e militari, anche in previsione della possibile decisione di Mosca di tagliare i flussi di gas all’Europa. Lo rivela l’Agenzia Bloomberg riportando fonti riservate secondo le quali i tecnici sono al lavoro per mettere a punto un piano da presentare dopo il prossimo summit di Versailles in programma per il 10-11 marzo. Ancora da decidere l’importo e la struttura dell’operazione. La mossa rappresenterebbe un ulteriore passo radicale verso l’idea di un bilancio comune europeo, dopo il Next Generation EU lanciato per finanziare la ricostruzione dell’economia dopo i due anni di pandemia.

Fitch, rischio default imminente per Russia

L’agenzia internazionale Fitch ha declassato il rating della Federazione Russa da `B’ a `C’ a causa degli effetti sanzionatori per l’invasione dell’Ucraina, sottolineando in una nota il rischio “di un imminente default” del debito. Nei giorni scorsi anche Moody’s aveva tagliato il rating sulla Russia a ‘Ca’ e ha mantenuto un outlook negativo, citando i controlli sui capitali della Banca centrale che limiterebbero i pagamenti transfrontalieri anche sul debito. Una mossa che arriva a pochissimi giorni di distanza dalla decisione di relegare il debito russo a “spazzatura”.

Ora il nuovo declassamento, “guidato da gravi preoccupazioni circa la volontà e la capacità della Russia di pagare i suoi obblighi di debito”, ha detto l’agenzia di rating, aggiungendo che i rischi di insolvenza sono aumentati. “Il probabile recupero per gli investitori sarà in linea con la media storica, commisurato a un rating Ca. Al livello di rating Ca, le aspettative di recupero sono dal 35 al 65%”, ha aggiunto Moody’s.

Intanto vanno via dalla Russia anche Coca Cola, Pepsi e McDonald’s, cioè alcune delle aziande simbolo della rinascita capitalistica della Russia post Guerra Fredda. McDonald’s ha annunciato la chiusura temporanea degli 850 ristoranti in Russia, a seguito dell’invasione dell’Ucraina. Anhe la catena di caffetterie Starbucks sospenderà tutte le attività commerciali in Russia, compresa la spedizione dei suoi prodotti e dei caffè gestiti da licenziatario.

Cresce il rischio stagflazione, soprattutto in Europa

La forte volatilità dei mercati è legata al timore che le vicende belliche e i prossimi rialzi dei tassi possano frenare la crescita senza riuscire a raffreddare l’inflazione. Questo spiega anche l’avversione al rischio degli investitori e l’andamento altalenante dei rendimenti dei Treasury decennali che ieri si sono attestati all’1,857%, sotto l’1,87% di martedì scorso, mentre 4 settimane fa, avevano superato il 2% per la prima volta dall’agosto 2019.

Tuttavia la vera preoccupazione è un’altra: il rendimento del biennale Usa si attesta all’1,61% e lo spread tra il rendimento del Treasury a 2 anni e quello a 10 anni è ai minimi dall’inizio del 2020, il che è un brutto segno per i mercati che interpretano l’appiattimento della curva dei rendimenti come un segnale di recessione.

Negli scorsi anni le “recessioni” sono sempre state anticipate dall’inversione della curva dei tassi negli Usa. Per ora l’inversione sembra lontana, ma la curva si fa sempre meno “inclinata” e questo indica che il mercato vede all’orizzonte un rallentamento economico e di conseguenza la temibile stagflazione.

Che significa? Diciamo che un’economia è in stagflazione, quando soffre non solo per l’assenza di crescita ma anche per un forte rincaro dei prezzi. A lanciare l’allarme sono gestori di fondi, il 30% dei quali ora si attendono una situazione di stagflazione entro i prossimi 12 mesi, contro il 22% del mese scorso. “La stagflazione – sostiene Antonio Cesarano, chief strategist di Intermonte Partners – in questo contesto diventa uno scenario sempre più probabile almeno per l’Europa, anche se successivamente potrebbe interessare anche gli Usa”.

In questa fase l’Europa è a rischio in quanto risente maggiormente dei crescenti prezzi dell’energia, mentre a proteggere gli Stati Uniti è la sua autonomia in termini energetici. L’effetto stagflazione comporterà un cambio di rotta nella politica delle banche centrali, che dovranno pensare di meno alle strette monetarie e di più a far ripartire l’economia. “Per prima comincerà la Bce – dice Cesarano – tra qualche mese potrebbe essere il turno anche della Fed, che prima però potrebbe tentare di avviare una breve fase di rialzo tassi/riduzione del bilancio”.

Domani giornata clou per i mercati: riunione Bce e inflazione Usa

Domani per i mercati sarà una giornata clou. Nel pomeriggio, nel giro di poche ore, si riunisce la Bce, parla Christine Lagarde e escono i dati sull’inflazione Usa a febbraio, che a loro volta saranno indicativi in vista della riunione della Federal Reserve del prossimo 16 marzo.

Cosa farà giovedì la Bce? Intanto probabilmente dirà che l’impatto della guerra renderà più soft la normalizzazione monetaria.

Per questo potrebbe omettere di dare indicazioni sulla fine del Qe. Finora aveva detto che avrebbe ridotto gli acquisti a 40 miliardi di euro mensili nel secondo trimestre e a 30 miliardi mensili nel terzo, per poi proseguire con 20 miliardi di euro mensili da ottobre.

A differenza di quanto sembra emergere come consenso diffuso all’interno della Bce, lo scenario di guerra ora potrebbe cancellare l’ipotesi di uno stop agli acquisti da ottobre. Inoltre domani la Bce rivedrà le sue stime di crescita e di inflazione. Finora è trapelato che la crescita del Pil europeo quest’anno potrebbe subire un taglio dello 0,3-0,4% per via della guerra.

Riguardo all’inflazione, che nell’area euro a febbraio ha toccato il massimo storico del 5,8%, la Bce dovrà dire se i prezzi saliranno intorno al 2% nei prossimi tre anni, o meno. Sui tassi di interesse recentemente la Bce non ha più escluso un rialzo dei tassi a fine anno. Tuttavia ha sempre detto che prima occorre finire il Qe e poi rialzare i tassi. Se però non verrà indicata una data di fine del Qe, allora implicitamente il rialzo dei tassi si allontanerebbe.

Domani usciranno anche i dati sull’inflazione Usa, che a febbraio è attesa in rialzo dal 7,5% al 7,9% annuale. L’inflazione ‘core’, quella con l’esclusione dei dati più volatili dei beni energetici e di quelli alimentari, dovrebbe salire dal 6% al 6,4% annuo.

“Se uscirà un dato in linea con le attese – spiega Cesarano – la Fed a marzo rialzerà i tassi di un quarto di punto, come auspica Powell, se invece dovesse uscire un dato superiore all’8%, allora i mercati potrebbero entrare i fibrillazione, ipotizzando un rialzo dei tassi di 50 punti base”.