Nel 2050 a rischio fame 420 milioni di persone nel mondo. Uno studio

AGI – Attuando alcune misure per la riduzione dei gas serra in agricoltura e per l’uso del suolo, il prezzo alimentare internazionale aumenterà di circa il 27%. A rivelarlo, uno studio condotto da un team internazionale di ricercatori dell’IIASA, del Giappone e degli Stati Uniti, appena pubblicato su Nature Food. Ciò porterebbe a una diminuzione del consumo di cibo tra i poveri nei paesi in via di sviluppo, che a sua volta porterebbe a circa 120 milioni di persone in più a rischio fame.

Secondo gli autori, il rischio di fame per circa il 50% sarebbe probabilmente dovuto all’imboschimento su larga scala e il 33% all’aumento dei costi di abbattimento del metano e del protossido di azoto, mentre il 14% potrebbe essere attribuito all’espansione delle colture bioenergetiche.

Lo studio stima inoltre che l’imboschimento su larga scala potrebbe rappresentare quasi il 60% dell’aumento dei prezzi alimentari internazionali, seguito dall’aumento del costo della riduzione del metano e del protossido di azoto, che rappresenta circa un altro 33%.

Le emissioni zero (o neutralità carbonica) consistono nel raggiungimento di un equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento di carbonio e sono diventate un obiettivo politico per molti Paesi, ma secondo questo nuovo studio esistono vari rischi associati che devono essere presi in considerazione.

Gli autori individuano tre cause principali della decarbonizzazione sui prezzi. Il primo è l’aumento dei costi associati all’abbattimento del metano e del protossido di azoto. In secondo luogo, le attuali strategie di riduzione delle emissioni potrebbero causare un’intensificazione della concorrenza per la terra a causa dell’espansione delle colture bioenergetiche; e, infine, potrebbero portare a un valore maggiore attribuito al carbonio forestale per sequestrare carbonio aggiuntivo e impedire alle piantagioni su larga scala e alle colture bioenergetiche di invadere le foreste.

“Precedenti studi – spiega Shinichiro Fujimori, ricercatore ospite del programma IIASA per l’energia, il clima e l’ambiente e autore principale dello studio – hanno evidenziato che le strategie di decarbonizzazione nei settori dell’agricoltura e dell’uso del suolo potrebbero portare a prezzi alimentari più elevati e potenziali impatti negativi sulla sicurezza alimentare, ma non è chiaro quale dei tre fattori principali avrebbe il maggiore impatto. In questo studio, abbiamo utilizzato sei modelli economici agricoli globali per mostrare in che misura questi tre fattori cambierebbero il mercato agricolo e la situazione della sicurezza alimentare in uno scenario di decarbonizzazione”.

Considerando solo le condizioni socioeconomiche come la crescita futura della popolazione e il miglioramento del livello economico, i risultati indicano una popolazione a rischio di fame nel 2050 di circa 420 milioni di persone. L’impatto delle misure, dicono gli autori, non è uniforme: i costi di riduzione del metano e del protossido di azoto hanno un impatto maggiore in Asia e l’imboschimento su larga scala ha un impatto maggiore in Africa.

Secondo gli autori, ciò può essere attribuito al fatto che le emissioni di metano dalla coltivazione del riso rappresentano una quota importante della ripartizione delle emissioni di gas serra attribuibili al settore agricolo in Asia. I ricercatori avvertono che, poiché tutte le misure di riduzione delle emissioni nel loro studio sono espresse assumendo una tassa globale uniforme sul carbonio, i risultati dovrebbero essere usati con cautela.

Ad esempio, l’imboschimento e la protezione delle foreste sono rappresentati dal presupposto che gli stock di carbonio nelle foreste saranno tassati dalle tasse sul carbonio. Il modello stima che ciò aumenterebbe notevolmente il valore potenziale della terra, aumenterebbe il costo della produzione agricola e aumenterebbe i prezzi degli alimenti. È necessario esaminare se una tale misura verrà davvero adottata.