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Oltre il maglioncino

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Per lui era quello, cristallizzato nel suo ruolo di amministratore delegato della Fiat poi diventata Fca, quasi famigliare nel suo maglioncino nero, iconica divisa come lo era la lupetto di Steve Jobs. Un uomo pubblico che, in un’intervista, di sé aveva detto: «In una grande azienda chi comanda è solo. E io mi sento molte volte solo». Ma Sergio Marchionne era anche e soprattutto altro, con le sue passioni e i suoi umani vizi. Il compagno di Manuela, il padre di Alessio Giacomo e di Jonathan Tyler. Un uomo che, come tutti noi, ha vissuto altre vite, nascoste dietro il paravento di una privacy forsennatamente difesa. Ieri, agli inviati delle agenzie spediti a Chieti, dove Marchionne era nato da un maresciallo dei carabinieri, Concenzio, e da una esule dalmata, Maria Zuccon, i suoi amici di infanzia fornivano un ritratto rivelatore: «Era il primo della classe, anzi era il capoclasse, un “coccione”, come diciamo da queste parti. Socievole, vivace, generoso ma determinato: quando giocavamo a calcio non passava mai la palla, il gol voleva farlo lui. E comunque il maglione blu lo portava già allora».

Storie di anni Cinquanta, di boom ma anche di emigrazione. E la prima vita di quello che sarebbe diventato l’amministratore delegato della Fiat, ovvero il “padrone” per antonomasia in Italia, inizia al di là dell’Atlantico. In Canada, da emigrante. E lui, il mago della finanza, a Toronto ha sorprendentemente scelto la facoltà di filosofia, dopo aver accarezzato l’idea di andare alla Nunziatella di Napoli ed entrare da ufficiale nell’Arma, come il padre. «L’ho fatto semplicemente perché sentivo che, in quel momento, era una cosa importante per me. Poi ho continuato studiando tutt’altro». Altre due lauree in Economia e Giurisprudenza, un master in Business Administration. «Ho seguito tante altre strade, passando per la finanza, prima di arrivare a occuparmi di imballaggi, poi di alluminio, di chimica, di biotecnologia, di servizi e oggi di automobili. Non so se la filosofia mi abbia reso un avvocato migliore o mi renda un amministratore delegato migliore. Ma mi ha aperto gli occhi, ha aperto la mia mente ad altro».

Un businessman che sapeva di Platone e di Kant, di Popper e di Schopenhauer e che nel 1983 entra come commercialista nell’area finanza di Deloitte. La strada per il Lingotto inizia qui: diventerà controller di gruppo e director di sviluppo aziendale alla Lawson Mardon, società che si occupa di packaging, vicepresidente della Glenex Industries, che estrae gas in Texas, e fino al 1992 sarà chief financial officier alla Auckland Limited, altra azienda del settore dell’energia. Il trampolino tra il Canada e Torino si trova però in Svizzera, dove troverà infine la sua dimora stabile, nel cantone di Zug, e dove ancora oggi vive la sua ex moglie, Orlandina. Nel 2002 prende il timone della Sgs di Ginevra, 36mila dipendenti nel settore della certificazione, che tra i suoi azionisti di riferimento ha la famiglia Agnelli. La stessa che due anni più tardi, nel mezzo della tempesta, a poche ore dalla morte di Umberto e dal burrascosissimo allontanamento dell’ex ad Giuseppe Morchio, lo chiamerà a guidare una moritura Fabbrica italiana automobili Torino. «Un’azienda tecnicamente fallita» dirà al suo arrivo al Lingotto. E aggiungerà: «Prometto che lavorerò duro, senza polemiche e interessi politici».

La seconda vita di Sergio Marchionne inizia quel primo giugno di 14 anni fa. «Mi ricordo i primi 60 giorni dopo che ero arrivato qui: giravo tutti gli stabilimenti e poi, quando tornavo a Torino, il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e farli vivere in uno stabilimento così degradato?» racconterà a Ezio Mauro in un’intervista. È l’affermarsi di una nuova immagine pubblica ma anche lo svelamento di un’essenza privata che, anno dopo anno, ha trovato cittadinanza nella sua Patria adottiva. Evita i salotti che contano, quelli della corte Agnelli-Elkann tanto per intenderci. Si fa arredare un delizioso sottotetto in corso Vittorio, poi si trasferisce in una villa in Crocetta, si dice quella che fu di Pininfarina. Ai canapè dei mangiarini vip preferisce una pizza in Barriera, da “Cristina” in corso Palermo come gli aveva consigliato Sergio Chiamparino, già sfidante in partite di scopone ormai iconiche. Ogni tanto va al mercato – con la scorta, ovviamente – per mettere nelle borse della spesa un gambo di sedano, un chilo di carote, qualche cipolla. Gli ingredienti fondamentali del soffritto per il suo piatto preferito, il ragù alla bolognese: «Cucinare mi rilassa».

Ben prima che dalla Famiglia arrivasse la chiamata, un amore adolescenziale già lo legava alla nostra città, quello per la Juventus e Omar Sivori, «un idolo, mi faceva impazzire». Gli anni al Lingotto gliene regaleranno un altro, per una addetta dell’ufficio comunicazione. Si chiama Manuela Battezzato, è la figlia di un impiegato comunale di Alpignano: alla fine del 2012 la decisione di condividere con lei le sue passioni. I fiori, innanzitutto, le Ferrari – nel 2007 è uscito miracolosamente illeso da un incidente nel quale ha distrutto la sua 599 Gtb Fiorano – la musica lirica, Maria Callas sopra tutti, ma anche il rock e le narrazioni di De Andrè e Paolo Conte, il buon vino, con una predilezione per il Brunello di Montalcino. Sergio Marchionne aveva anche un’altra passione, quella per le sigarette. Due pacchetti al giorno, dicono, anche se ultimamente pare si fosse convertito non senza difficoltà alla sigaretta elettronica. «Conoscevo la sua incapacità di sottrarsi al fumo continuo» ha scritto in questi giorni Franzo Grande Stevens, ricordando come a volte mettendo il filtro in bocca dicesse sorridendo: «Saranno la mia fine». Perché oltre il maglioncino c’era anche quello, un vizio pericoloso e umanissimo. Che tante esistenze ha mandato in cenere e che a Sergio Marchionne ha forse tolto la sua ultima vita. Proprio quando accarezzava un sogno lontano della gioie terribili della finanza. «Mi piacerebbe dirigere un giornale. Oppure fare l’inviato. Così inizierei io a rompere le scatole, durante le conferenze stampa, al Ceo di Fca…».

Oltre il maglioncino ultima modifica: 2018-07-26T09:04:28+02:00 da Redazione Rete 7