Per la patria o per soldi, chi sono i fixer sul campo in Ucraina 

AGI  – Per amor di patria, per soldi, per mestiere. I fixer sono i protagonisti dell’informazione dietro le quinte della guerra. Aiutano i giornalisti a cercare storie, fonti, a districarsi nella burocrazia locale, a spostarsi in auto e nelle traduzioni.

“È anche un modo per combattere la depressione”

Anastasya Orl ha 28 anni, è di Kiev. “Come molte persone in Ucraina ho perso il mio lavoro, mi occupavo di finanza – racconta all’AGI, contattata tramite la popolare pagina Facebook ‘I need a fixer‘, punto di riferimento della comunità internazionale dei cronisti – Così un amico mi ha segnalato questa opportunità ritenendomi adatta perché conosco la città e sono attiva nella vita cittadina, anche nel volontariato, oltre ad avere numerosi contatti”.

C’è anche una ragione più profonda nella sua scelta: “È un modo per aiutare il mio Paese e far conoscere al mondo quello che sta succedendo e di tenere occupata la mente perché in questa situazione crudele e ingiusta è facile cadere nella depressione”. Il compenso? “Dipende da chi chiede assistenza, dal suo budget”.

“Un contributo per vincere la guerra”

Alex Muzchyna spiega di “fare questo lavoro di solito solo qualche volta perché ne ho un altro che mi occupa molto tempo. Ma adesso è troppo importante per noi vincere questa guerra e quindi aiutare chi fa informazione. Può essere molto pericoloso soprattutto con i videoperatori e i fotografi che spesso vogliono spingersi in zone pericolose per un’immagine o una foto esclusive”.

Il 14 marzo, è stata uccisa una fixer, Oleksandra Kushynova a nord di Liev assieme al cameraman Pierre Zakrzewski e al corrispondente di Fox news Benjamin Hall. Kushynova aveva 24 anni e si era impegnata a dare il suo contributo per un mese con la testata americana.

Vlad Novikov, 43 anni, ha scelto di prestarsi come fixer perché “è l’attività più simile al lavoro che faccio normalmente. Prima della guerra ero un filmaker e produttore”. Lui non ha voglia di prendersi rischi: “Non andare nelle zone di guerra più pericolose è una delle condizioni che pongo. Sono consapevole di non avere la preparazione necessaria per farlo”.