Perché Erdogan e la Turchia puntano sull’Africa

AGI – Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è partito alla testa di una nutrita delegazione di ministri per una tre giorni di visite in Africa che lo porterà nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), Senegal e Guinea Bissau.

L’ennesimo passo del presidente turco mirato a rafforzare i rapporti con il continente africano da quando lo stesso Erdogan, allora premier, nel 2005 lanciò la ‘Apertura all’Africa’, che ha permesso alla Turchia di incrementare l’interscambio commerciale con i Paesi dell’area fino ai 25 miliardi di dollari attuali, un terzo dell’obiettivo dichiarato dal presidente.

Dal 2002, anno in cui è Erdogan è diventato premier, il numero delle ambasciate turche in Africa è salito da 12 a 43, mentre la compagnia di bandiera Turkish Airlines ha moltiplicato le proprie destinazioni nel continente e oggi vola su 60 diverse destinazioni.

Nel programma di questi giorni del presidente turco un incontro con l’omologo congolese Felix Tshiksekedi nella capitale Kinshasa dove Erdogan ha portato 100 mila vaccini anti covid ed è prevista la firma di vari protocolli commerciali che porteranno l’interscambio tra i due Paesi a 250 milioni di dollari.

Accordi che spaziano dall’edilizia alla Difesa, dal commercio ad appalti per lo sfruttamento delle grandi risorse minerarie dell’undicesimo Paese più grande al mondo. Oggi Erdogan è atteso in Senegal, dove dopo un incontro con il presidente Macky Sall parteciperà all’inaugurazione della nuova ambasciata turca, ma sopratutto del nuovo stadio olimpico Diamniadio, costruito dall’azienda turca Summa.

Una mossa dal grande impatto e dal tempismo perfetto, considerato che appena due settimane fa il Senegal, Paese legatissimo al calcio, ha vinto per la prima volta nella sua storia la Coppa d’Africa. In ultimo Erdogan è atteso in Guinea Bissau dalla prima storica visita di un leader turco nel Paese e dalla firma di accordi che porranno le basi per future collaborazioni tra i due Paesi.

Visite che danno continuità a quanto avvenuto lo scorso dicembre, quando è andato in scena a Istanbul il summit sulla partnership Turchia-Africa. Alla due giorni di incontri hanno preso parte i più importanti imprenditori, 13 capi di stato ed esponenti politici di alto livello di 39 Paesi.

La presenza e importanza turca in Africa è cresciuta esponenzialmente nell’era Erdogan, durante la quale Ankara ha anche costruito una base militare in Somalia, concluso accordi con il Sudan e aperto 37 uffici militari in tutto il continente. L’apertura di uffici militari è la dimostrazione dell’impatto che la sempre più importante industria della Difesa turca sta avendo nel continente africano (e non solo) e che sono i droni la carta che Erdogan intende giocare per aumentare l’influenza turca nel continente africano.

“Ovunque vada in Africa, mi chiedono informazioni sui nostri droni”, ha detto Erdogan dopo un tour che lo ha portato in Angola, Nigeria e Togo lo scorso ottobre. In questo senso va sottolineato il ruolo cruciale che Ankara ha giocato nella crisi libica, dove proprio i droni TB2 Bayraktar inviati da Erdogan sono risultati decisivi nel decretare la sconfitta delle milizie di Khalifa Haftar, quando queste ultime premevano alle porte di Tripoli.

I droni turchi non avrebbero potuto contare su uno spot migliore e dopo la sconfitta di Haftar sono stati ordinati da Tunisia, Marocco, Etiopia ed Angola. Ad agosto il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed, ha concluso un accordo con la Turchia per la vendita di droni poi utilizzati nel conflitto del Tigray.

Esempio emblematico se si considera che l’interscambio commerciale tra Turchia ed Etiopia è così passato dai 235 mila dollari dei primi 11 mesi del 2020 ai 94,6 milioni di dollari dello stesso periodo di quest’anno. Una dinamica che potrebbe presto ripetersi con Nigeria, Ciad, Angola e Togo e che alla luce del ritiro francese dal Sahel è assai probabile si riproponga in Mali, Niger e Burkina Faso

Lo spazio che la Turchia si è ritagliata in Africa infatti non sarebbe stato conquistato senza la percezione del fallimento delle politiche post coloniali poste in essere dai Paesi occidentali.

Con la visita del 2011 Erdogan è diventato il primo capo di stato non africano a visitare Mogadisho in 20 anni spianando la strada alla costruzione di scuole, università, un polo ospedaliero che ne porta il nome e una base militare che ha tenuto lontana dalla capitale gli islamisti di Al-Shabaab.

Opere che hanno permesso alla Turchia accesso alle riserve off shore del Paese e diventare il primo partner della Somalia dopo il ritiro delle truppe americane e il fallimento delle missioni internazionali. Da ricordare che i servizi segreti di Ankara hanno avuto un ruolo importantissimo nella liberazione della cooperante italiana Silvia Romano a Maggio 2020.

Quanto accaduto in Somalia ha costituito un esempio per molti dei leader africani, spesso alle prese con problemi di controllo di vasti territori e contrasto a milizie ribelli o islamiste. Nodi impossibili da affrontare con pochi uomini e budget limitato, ma problemi per risolvere i quali i potentissimi droni turchi sembrano fatti apposta, con un costo relativamente contenuto, sul quale Erdogan è disposto a fare concessioni in cambio di appalti e diritti allo sfruttamento di risorse a favore della Turchia.

L’industria della Difesa è la carta turca da giocare per diventare sempre più importante in Africa, dove Ankara sta sfidando Mosca, che tra il 2015 e il 2019 ha fornito al continente africano il 49% del totale delle armi importate (dati Stockholm International Peace Research Institute).

La chiave per vincere la sfida è il TB2 Bayraktar, salito alle luci della ribalta in Libia e prodotto dalla Baykar, azienda il cui ingegnere capo è Selcuk Bayraktar, Phd negli Usa sposato con la più giovane delle figlie del presidente, personaggio che ai social e alle comparsate preferisce il profilo basso e il lavoro.

Il TB2 vola per più di 27 ore consecutive fino a un altezza massima di 8 mila metri ed è operativo fino a un’altezza di circa 5.400 metri. Colpisce con 4 missili ‘intelligentì e due diversi tipi di mini-razzi Roketsan, altra industria turca. MAM-L e MAM-C con cui colpiscono con precisione chirurgica. Erdogan insiste sul fatto che la strategia verso l’Africa non riguarda solo la compravendita di armi, ma di collaborazione a più ampio respiro.

Difficile dargli torto, considerando che la penetrazione nei Paesi africani avviene con interventi di carattere umanitario, cliniche mobili, ospedali, scuole, impianti per la distribuzione di acqua ed elettricità di cui sono le popolazioni locali a beneficiare spianando la strada ad accordi commerciali.

Con i droni Ankara vende anche forniture di veicoli militari e armi, e si radica nel territorio con programmi di addestramento, in cambio dei quali oltre a soldi sono previste concessioni di diritti di sfruttamento di risorse e appalti per la costruzione di infrastrutture. Una strategia che persegue l’obiettivo più volte dichiarato da Erdogan di triplicare l’interscambio commerciale su base annua con l’Africa e portarlo a 75 miliardi di dollari.