Quelli che restano in Ucraina per amore, per un figlio, per i pomodori 

AGI –   Poi ci sono quelli che restano. Gli ucraini che non si mettono in marcia verso i confini, che potrebbero farlo perché non sono maschi chiamati alle armi o gli stranieri che avrebbero canali agevolati per scappare.

Impauriti dalla bombe, sconvolti per un Paese che va a pezzi sotto i loro occhi, ma saldi. Ciascuno con una sua ragione più forte del terrore.

“Non è la mia guerra, ma non abbandono la mia compagna”

Come Maurizio Balsano che resiste per amore. “Non è la mia guerra ma la mia compagna Oksana, che ha 32 anni, non ha nessuna intenzione di andarsene e io non voglio lasciarla sola. Perché lei non se ne va? Sono italiano ma in vita mia mia non ho mai visto un patriottismo come quello che questo popolo nutre per la sua terra”. Balsano, originario dell’Emilia Romagna, vive nella capitale da due anni dove si occupa di arredi e design.

Tutte le notti sentiamo i bombardamenti – racconta all’AGI – ma cerchiamo di esorcizzare la paura guardando un film, cucinando o giocando a carte. Viviamo in casa, usciamo solo per le strette necessità, per fortuna telefoni e pc funzionano”. Prima dell’invasione russa, “Kiev era una metropoli multiculturale, simile a Berlino, in cui chi aveva un lavoro e un buon reddito poteva avere un tenore di vita superiore a quello italiano”. “Era” perché, è convinto, “dopo quello che sta succedendo nulla sarà più come prima”.

In città “nei piccoli supermercati iniziano a scarseggiare carne e latticini, per fortuna noi da questo punto di vista per ora non abbiamo problemi”. Anche Oksana ha un lavoro a Kiev oltre a una famiglia numerosa. “Nessuno dei suoi parenti è a combattere ma lei da qui non si muove”.

“Sparano anche sulla Croce Rossa”

C’è chi resiste perché ha paura di morire ammazzato prima di uscire dal Paese. Come  Elena, 67 anni, che vive a Popasnia, nel Donbass, la terra contesa da tempo da ucraini e russi. Spiega la figlia Natalya Dychenko, che risiede a Reggio Emilia e in questi giorni è molto preoccupata perché fatica ad avere contatti con lei: “Mia madre non se ne va perché ha paura di essere uccisa nel tragitto che la porterebbe fuori dall’Ucraina. Da quello che dicono lei e altri familiari che stanno in zona, si spara anche nei corridoi umanitari, sparano perfino sui convogli della Croce Rossa”.

Eppure, a Popasnia siamo quasi all’apocalisse: “ Il paese ormai è stato distrutto, i bombardamenti sono continui. A causa delle difficoltà nelle comunicazioni non riusciamo a capire nemmeno se i russi siano entrati o meno. Le persone fanno fatica a trovare cibo e sono costrette a mangiare le conserve di pomodoro nelle cantine dove passano la maggior parte del tempo. Provo decine di volte al giorno a contattare mia madre. L’ultima volta che mi ha risposto, la settimana scorsa, ha detto solo due  parole: ‘Siamo vivi’. Il problema è che si è rotto il ripetitore, hanno provato più vote ad aggiustarlo ma, quando iniziano a farlo, tutte  le volte ci sono delle  sparatorie e non si riesce mai a portare il lavoro a compimento”.

La capostazione del villaggio

A Popasnia c’è un’altra donna che non si sposta: “Si chiama Svetlana Ktazova, è la dirigente della locale stazione delle Ferrovie dello Stato – prosegue Dychenko -. Dice che il suo posto è lì, anche per accogliere eventuali aiuti che possono arrivare. L’altro giorno, quando le abbiamo chiesto se i russi erano entrati, ha risposto un po’ arrabbiata: ‘Non è importante, ora l’unica cosa che conta è che siamo ancora vivi'”.

Vivi e stoici. Come  la famiglia di cui fa parte Nastja. La ragione per restare è una vita nuova tra le macerie. Racconta Larissa, una volontaria attiva nell’accoglienza dei profughi in una chiesa ortodossa di Milano. “La mia amica è rimasta a Kiev perché la sua nuora era ormai alla fine della gravidanza. Due giorni fa ha partorito”. Nastja ci racconta via whattsap che “stanno viaggiando da tre giorni col bambino  da Kiev verso Leopoli con tante preoccupazioni”. 

E c’è chi è restato a costo di morire. “Mio padre non voleva lasciare la sua città dove ha vissuto per 50 anni – è la testimonianza all’AGI di Maria Semykoz -. E lì è stato ucciso, attraversando la strada. Era un ingegnere, amava il suo giardino. Voleva veder maturare i pomodori che aveva piantato”.