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Rapaci, dei della carneficina

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Aquila reale nel carnaio in Mandria

Avvistare nei cieli un avvoltoio significa che la natura è tornata a funzionare. Per questo, il carnaio del Parco La Mandria ambisce a ripopolare la catena alpina di animali fondamentali, da troppo tempo scomparsi – come gli spettacolari avvoltoi – e  ricostruire il ciclo alimentare della carogna.

 

È un uccello? È un aereo? No, è… Per questa volta fermiamoci qui: si tratta proprio di un uccello. Un’aquila, un rapace! che non è proprio una visione comune per un parco di pianura come La Mandria. Sappiamo infatti che le aquile sono dei cacciatori di alta quota, con una certa predilezione per le marmotte, e scendono a quote più basse solo d’inverno alla ricerca di qualsiasi animale debole o malato.

Un aspetto dell’alimentazione delle aquile, meno nota e meno divulgata, forse perché umanamente ci disgusta, riguarda la loro abitudine a nutrirsi anche di carogne. E infatti quello sta facendo l’esemplare nella foto: con carogne di cinghiale, graziosamente offerte dall’Ente parco (si tratta, forse è bene anticiparlo, di animali abbattuti ma non vendibili). Tutto bene, quindi? Si aiutano i rapaci in difficoltà? Non proprio, o meglio, non ancora.

Innanzitutto sarà ben difficile che questo aquilotto possa approfittare granché di tanta abbondanza, primo perché per nutrirsi di carogne bisogna essere dotati di becchi e stomaci specializzati – non ci si improvvisa in natura, neanche come becchini – e secondo perché ci sono molti altri commensali, piuttosto fastidiosi come i corvi imperiali (altri ospiti invernali dalle alte quote) che in gruppo possono scacciare chiunque altro. E i corvi imperiali sono specialisti in carogne, ma anche loro non sono l’obbiettivo dell’allestimento del carnaio … che non è solo un prato dove scaricare scarti di macellazione, tutt’altro.

Siamo di fronte d un progetto europeo che prevede il ripopolamento della catena alpina con animali fondamentali, da troppo tempo scomparsi: gli spettacolari avvoltoi – che sulle Alpi potrebbero volteggiare in ben quattro specie e una di queste è forse l’animale volante più grande in assoluto – e in definitiva con la ricostituzione ecologica del ciclo alimentare della carogna.

A questo punto avrete appetito e vorrete saperne di più. Prego, continuate a leggere, ma, mi raccomando, allacciate le cinture e non esitate a usare i sacchetti che trovate sotto il sedile: per pranzo verrà servita rigurgitata carne putrefatta.
Ora, si vola.

Aspettando Jo Condor

Una cinquantina di anni fa l’unico contatto degli italiani, soprattutto i bambini, con questi uccelli, era tramite Carosello e i disegni animati del cattivissimo Jo (Giò) Condor, capo di una banda di razziatori aerei regolarmente castigati dal Gigante Buono. Anche in Sardegna, dove sopravvivevano poche coppie tra Alghero e Bosa ormai gli avvoltoi erano solo protagonisti dei racconti dei nonni. Nomi e leggende si intrecciavano su gli ultimi avvistamenti del “s’unturgiossu”, l’avvoltoio delle ossa o “s’abile ossaria”, l’aquila delle ossa.

Poi apparve un’opera fondamentale, “Caro grifone” del 1981 di Domenico Ruiu, una vera e propria rivoluzione culturale, pari a “Dalla parte del lupo” del 1986 di Luigi Boitani: dai titoli si capisce che i reietti, i maledetti, stavano passando dalla parte dei buoni. In tempo o troppo tardi? Fortunatamente gli avvoltoi sopravvivevano nei Balcani e quindi c’era la possibilità di catturare esemplari per la reintroduzione. Ma che cosa aveva annientato gli avvoltoi italiani? E avrebbe avuto senso reintrodurli se non ci fossero stati più gli habitat adatti?

La fine è giunta grazie ai veterinari che trovando i rimedi alle epizoozie che decimavano le mandrie hanno eliminato la principale e pressoché unica fonte di cibo rimasta (ricordiamo che le montagne italiane negli Anni ’60 e ’70 erano pressoché prive di ungulati selvatici). Le stesse norme veterinarie hanno poi imposto di non abbandonare più i capi morti ma di bruciarli o interrarli per evitare epidemie (peccato che da sempre gli avvoltoi si nutrano di animali morti di malattia).

Poi fu la corsa agli armamenti: Ddt per la malaria, arsenico contro le cavallette, e l’arma finale, stricnina nei bocconi avvelenati, contro volpi, lupi, cani, orsi, tutto ciò che si muoveva insomma, o volava. Con la fine del pascolo brado sembrava che non fosse possibile avere cibo a disposizione. Da qui la necessità di carnai. Dai primi tentativi sotto forma di scarico di residui di macellazione sui prati, ai carnai moderni che sono luoghi potentemente recintati per impedire l’ingresso ai quadrupedi (questi sì che possono diffondere malattie) alimentati con animali selvatici derivanti da piani di abbattimento e privi di residui di medicinali, dotati di fotocamere e capanno per osservazioni e fotografie naturalistiche.
Il carnaio presente in Mandria già da qualche anno è così e i risultati cominciano a vedersi.

Avvoltoi, i quattro moschettieri 

Sono degli Anni ’80 i tentativi di reintroduzione degli avvoltoi, ma di quali animali esattamente si parla quando si dice “avvoltoio”? Gli avvoltoi sono tre, ma come i moschettieri, in realtà sono quattro: l’avvoltoio monaco (Athos) misterioso e solitario, il grifone (Porthos) socievole e attaccabrighe, il gipeto (Aramis) bello e amletico (essere o non essere un’aquila?) e il capovaccaio (D’Artagnan) il piccolo sbruffone.

Chi detiene i diritti del nome “avvoltoio” è il monaco (Aegypius monachus), conosciuto anche come avvoltoio nero, presente ovunque nel Vecchio Mondo, così come gli altri “moschettieri”, a patto che ci siano terreni aperti con mandrie da seguire e calde correnti ascensionali (dunque non sono presenti tanto a nord, dove appunto, mancano le calde correnti). Il monaco è il più forte, dotato di un possente artiglio mediano per inchiodare la carcassa e lacerare pelle e tendini e quindi è anche il primo a nutrirsi, aprendo per così dire la strada a tutti gli altri. È l’unico a costruire il nido sugli alberi. Immaginatevi una mostruosa cavagna di ramaglia larga due metri e mezzo e profonda due con un pulcino tanto grande da abbracciare un orso (e anche mangiarselo se fosse morto).

Secondo in turno alla mensa è il grifone (Gyps fulvus) con la tipica assenza di penne sul capo e sul collo, sostituite da un morbido piumino (si nutre delle parti molli e le penne sarebbero solo d’intralcio se devi infilarti tra le costole). Enorme quasi come il monaco non passa certo inosservato anche perché ha un comportamento gregario, e quindi di solito intorno a una carcassa si ritrovano sempre molti esemplari, prima di nutrirsi deve stabilire chi è il più affamato del gruppo che dovrà attar briga con tutti gli altri per assicurarsi qualche boccone. Questo comportamento gregario a prima vista poco utile è in realtà raffinatissimo: tutti i grifoni pattugliano il territorio da soli ma si tengono in contatto visivo: quando uno trova qualcosa (stiamo parlando di una acuità visiva in grado di distinguere del cibo grande una ventina di centimetri da 2000 metri di quota) e comincia a scendere è come se comunicasse a tutti la scoperta così nulla può sfuggire.

Quando tutto sarà ben spolpato o quasi, ecco il turno dello “specialista”, il gipeto o avvoltoio degli agnelli (Gypaetus barbatus), il mangiaossa. Si tratta della specie più iconica e più nota delle Alpi (anche perché presente sempre mentre gli altri sono piuttosto dei visitatori estivi), oggetto di reintroduzione con successo a partire dalla fine degli anni ottanta. È il meno “avvoltoio” tra gli avvoltoi, le caratteristiche fisiche tradiscono un rapace cacciatore solo recentemente adattato alla dieta spazzina. Il profilo alare è infatti più affusolato rispetto a quello dei parenti e questo gli consente maggiore manovrabilità e la possibilità di involo presto al mattino o in assenza di correnti favorevoli. Si narra che abbia ancora degli istinti da cacciatore: è stato visto spaventare individui giovanili di camoscio fino a farli precipitare dai ciglioni. Come dire che le ossa sono buone però.. alla lunga…

Buon ultimo il piccolo (“piccolo” si fa per dire, è più grande di un gabbiano) capovaccaio (Neophron percnopterus) detto anche avvoltoio egiziano. Dotato di un becco chirurgico, è in grado di strappare qualcosa di commestibile dalla più spolpata carcassa. In mancanza si nutre di sterco, anche umano. Sarà per questo che è stato avvistato nei pressi del Lago Borgarino, a metà strada da La Mandria e la discarica di Barricalla.

La storia ecologica degli avvoltoi

Gli avvoltoi sono tra noi da almeno venti milioni di anni, tutti derivano da rapaci cacciatori che hanno cambiato dieta allorché nel Miocene il mondo si è ricoperto di savane e praterie attraversate da immense mandrie di ungulati. Questi cambiamenti hanno interessato tutti i continenti tanto che anche nel Nuovo Mondo (americhe) troviamo avvoltoi estremamente simili che però non sono assolutamente imparentati con i rapaci bensì con le cicogne.

Oltre alla dieta questi uccelli hanno imparato a sfruttare le correnti d’aria in modo da veleggiare senza usare forza muscolare, da qui la possibilità di aumentare le dimensioni fino all’attuale massimo (tre metri circa di ampiezza alare per otto – nove chili di peso) oltre il quale non sarebbe più possibile prendere il volo. Un adattamento condiviso con gli albatros e i pellicani, che hanno dimensioni simili ma concepiti per sfruttare i forti venti marini.

Gli avvoltoi sono invece specialisti degli ambienti continentali dove pendii e variazioni locali della vegetazione creano un mosaico di correnti ascendenti o discendenti. Gli avvoltoi spiralano (si librano) cercando di restare il più a lungo possibile nelle colonne in cui l’aria si solleva più velocemente di quanto loro scendano in planata con aria calma, cioè circa due metri al secondo. Una volta giunti in quota abbandonano le colonne e si lanciano in traversoni per attraversare velocemente le zone con aria discendente. A volte le colonne ascendenti sono inclinate dalle correnti e si formano delle “strade aeree” che permettono agli avvoltoi migrazioni di centinaia di chilometri senza un solo battito d’ali.

Si capisce come un tempo il cielo potesse essere letteralmente oscurato da stormi di questi uccelli in grado di sfruttare e di adattarsi a qualsiasi circostanza, soprattutto se c’era odore di morte. Pare che quando gli eserciti antichi erano in marcia questi venissero seguiti dagli avvoltoi, quasi sapessero della possibilità di variare il menù, anzi, pare che già sapessero quali delle due parti avrebbe vinto: se il volo era diretto verso il campo avversario, buon segno, altrimenti…
In caso di pestilenze il contributo degli avvoltoi poteva essere fondamentale: una carcassa di un bovino malato può essere eliminata in modo perfettamente igienico nel giro di decine di minuti e gli avvoltoi sono totalmente immuni a qualsiasi malattia umana.

Qual è stato il ringraziamento da parte degli uomini per tutti questi servizi? Ovviamente solo disgusto e persecuzione, magari originata dalla stupida credenza che questi uccelli fossero dei predatori, da cui il nome “avvoltoio degli agnelli”.

Dai tempi di “Caro grifone” le cose sono cambiate. Non solo le uccisioni sono vietate, così come altre pratiche criminali come i bocconi avvelenati, ma anche le montagne si sono ripopolate di ungulati che in qualche modo suppliscono alla mancanza di mandrie brade. Non ultimo è ricomparso il lupo, anello fondamentale del ciclo dei nutrienti, del quale i nostri “moschettieri” sono il completamento.

Avvistare un avvoltoio è il segnale che la natura è tornata a funzionare. Un giorno esclameremo anche noi, con un sorriso: “Ma si oscura la vallata… c’è Jo Condor in picchiata!”

 

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    Rapaci, dei della carneficina ultima modifica: 2020-04-09T15:37:30+02:00 da Redazione Rete 7