Storia di Monia e Anna, le amiche che la guerra ha fatto ritrovare

AGI – È arrivato alla stazione centrale di Milano, tappa finale del viaggio, il convoglio umanitario partito venerdì scorso da Genova, carico di aiuti destinati ai profughi ucraini al confine di Medyka e ripartito dalla cittadina polacca con a bordo 69 persone, tra le quali 30 bambini.

Il cammino verso il rientro è partito alle 13 circa di sabato, dal campo d’accoglienza situato tra Polonia e Ucraina. Pullman e minivan hanno attraversato nuovamente 3 nazioni tra il pomeriggio e la notte, per giungere stamane alla prima tappa, Verona, dove la missione umanitaria, organizzata dal gruppo genovese ‘Movimento spontaneo persone per le persone’, ha salutato le prime 11 persone, tra le quali uno degli autisti, Roman, e Anna, accompagnatrice di 9 bambini orfani.

AGI era a bordo dall’inizio della missione e nella città veneta ha incontrato Monia Miani Falcone, la donna che a Bolzano accoglierà nella sua casa tutti gli orfani e la loro ‘tutor’ speciale. Un’amicizia nata tra le due donne ai tempi di Chernobyl. “Li ospiterò da me all’inizio – spiega – e faremo tutta la prassi burocratica con la Provincia per la loro accoglienza. Anche con il Comune stiamo lavorando per trovare loro una futura sistemazione che sia adeguata al loro numero. Il grande problema è stato proprio farli arrivare tutti insieme, ma siamo riusciti a superare questo ostacolo”.

I minori hanno tra i 7 e i 17 anni e sono scappati da Chernihov, al confine con la Bielorussia. “Un viaggio di 10 giorni – racconta Anna, la loro accompagnatrice – dove tutti erano a rischio, visto anche il passaggio in zone che erano state minate. Poi l’arrivo in Polonia, alla frontiera di Medyka, infine il viaggio di 20 ore in pullman sino a Verona e l’incontro con Monia.

“Ci conosciamo perché Anna era una bambina di Chernobyl. È nata nell’86 e veniva a trascorrere l’estate e il Natale a Pescara con la nostra famiglia – racconta la signora di Bolzano – siamo sempre rimaste in contatto e ci siamo viste l’ultima volta 4 anni fa in Svizzera, dove frequentava l’università. Appena ho saputo di quel che stava passando, ho aperto le porte di casa. Ora spero col cuore che i bimbi si intregrino, ma anche che possano tornare primo o poi in Ucraina perché lì avevano la loro casa, la loro scuola”.

A bordo del pullman, dove i bambini erano talmente stanchi da non piangere nemmeno, anche la famiglia Biriukov da Mariupol, 2 donne e due minori, Svetalana, Mariana, Danylo e Diana. Raccontano di essere riusciti a scappare da “una città assediata” e di aver raggiunto dopo un viaggio di 7 giorni “con ogni mezzo” il confine polacco.

“In Ucraina – spiega Svetlana, 69 anni – abbiamo vissuto momenti terribili, ora speriamo di trovare in Italia un po’ di pace”. Quando le viene chiesto cosa ha visto nella sua città, dice che preferisce “non ricordare”. In viaggio verso l’Italia anche la giovane Victoria, da Kiev, che ricorda i bombardamenti: “Io e mia madre non riuscivamo a riposare nemmeno un minuto: anche se non avrei voluto lasciare la mia nazione, non volevo morire. Ho trascorso alcuni giorni in un bunker e non riuscivo nemmeno a mangiare e a bere per il livello di stress e terrore a cui ero arrivata. Abbiamo perso tutto: la casa di mio fratello, che è rimasto a difendere l’Ucraina, è stata bombardata. Ha recuperato solo il telefono ed è uscito di casa di corsa in ciabatte, senza documenti. Ora speriamo solo nell’Unione europea e in Dio. Grazie dell’ospitalità dell’Italia”.

L’ultima immagine che Victoria si porta dietro di Kiev è la stazione affollata, avvolta nel fumo: “Avevo una sola borsa – dice – e correvo”. Gli ultimi profughi, arrivati a Milano grazie all’aiuto dell’interprete Iryna e della volontaria Ludmilla, hanno preso un treno: si disperderanno in tutta Italia, da Lucca a Benevento, passando per Napoli, Roma, l’Emilia. Ad accoglierli amici, parenti, persone che hanno solo aperto le proprie case per consentire loro un nuovo inizio.