Tre anni dall’assalto al Congresso, duello Biden-Trump

AGI – Miliziani di estrema destra, suprematisti, ex agenti di polizia, veterani di guerra, persino una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Tre anni dopo l’assalto al Congresso americano, il bilancio delle inchieste sul 6 gennaio 2021 registra 1.230 arresti e oltre 730 condanne con pene che vanno da pochi giorni a più di vent’anni di carcere. Ogni settimana si susseguono arresti e nuovi processi e finora soltanto due persone sono state prosciolte da tutte le accuse.

Il cammino della giustizia si incrocia con il dibattito politico, a 11 mesi dalle elezioni presidenziali: Joe Biden ha accusato il probabile rivale di rappresentare “una minaccia per la democrazia“, il suo predecessore gli ha replicato denunciando “una patetica campagna allarmistica” per nascondere i fallimenti di questa amministrazione.

La condanna più grave è stata inflitta a Enrique Tarrio, ex leader del gruppo di estrema destra Proud Boys. Molti insurrezionalisti sono già usciti dal carcere, altri sono in libertà condizionata. Scott Fairlamb, un uomo del New Jersey incriminato per aver colpito con un pugno un poliziotto durante la sommossa, era stato il primo ad essere arrestato e a giugno dell’anno scorso è tornato a casa.

E a casa, ma agli arresti domiciliari, si trova da dicembre Klete Keller, medaglia d’oro olimpica nel nuoto, condannato a sei mesi per la sua partecipazione all’insurrezione. Nel 2000, alle Olimpiadi in Australia, Keller conquistò cinque medaglie tra cui due ori. La corte federale di Washington, intanto, continua il suo lavoro, ma al momento appare intasata dalle udienze per quella che è considerata la più grande inchiesta criminale legata a una rivolta nella storia americana.

La caccia ai responsabili continua. “Non possiamo – ha commentato giovedì l’attorney federal del distretto di Washington, Matthew Graves – sostituire i voti e le deliberazioni con la violenza e l’intimidazione”. Le autorità sono al lavoro per identificare altre ottanta persone ricercate per atti di violenza a Capitol Hill, l’area del Congresso americano, e per trovare chi piazzò gli ordini fuori dagli uffici dei comitati nazionali del Partito Democratico e di quello Repubblicano, il giorno prima dell’attacco al Campidoglio.

I casi vengono affrontati nella stessa aula di giustizia dove l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovrebbe comparire come imputato al processo in programma il 4 marzo. Il tycoon è accusato di aver complottato per sovvertire il risultato elettorale delle presidenziali del 2020 e bloccare la certificazione da parte del Congresso della vittoria di Joe Biden. “Il dipartimento di Giustizia – ha promesso ieri l’Attorney general, Merrick Garland – chiederà conto a tutti i perpetratori dell’assalto del 6 gennaio di rispondere davanti alla legge, sia quelli che erano presenti sul campo, quel giorno, sia chi si è reso responsabile in altra maniera di un attacco alla democrazia”.

Il riferimento, pur senza citarlo, è sembrato proprio Trump, incriminato in quattro processi, e al centro dell’esame della Corte Suprema che proprio venerdì ha annunciato la decisione di esaminare l’appello presentato dai legali dell’ex presidente contro la decisione dei giudici supremi del Colorado di escluderlo dalle primarie di partito, a causa del suo coinvolgimento nell’insurrezione del 6 gennaio.

Le ultime ore, alla vigilia della commemorazione dell’assalto al Congresso, hanno visto lo scontro a distanza tra Biden e Trump. Il presidente ha condannato con ferocia il tycoon, definendolo un “pericolo per la democrazia”. “Non c’è confusione – ha avvertito in un discorso in Pennsylvania in cui ha pronunciato per 40 volte il nome del rivale – riguardo chi Trump sia o cosa intenda fare. Tutti noi sappiamo chi è. La domanda vera è un’altra: chi siamo noi?”.

Il presidente ha citato, a proposito, la sentenza che ha condannato l’avvocato tuttofare di Trump Rudy Giuliani, a pagare 148 milioni di dollari di risarcimento per le menzogne pronunciate riguardo le accuse di frode elettorale e che aveva reso la vita difficile a due donne addette allo spoglio elettorale in Georgia. La reazione del tycoon all’attacco di Biden non si è fatta attendere. “I suoi trascorsi – ha dichiarato Trump in un comizio a Sioux Center, in Iowa – sono una striscia interminabile di debolezza, incompetenza, corruzione e fallimento”.

Lo ha chiamato “Joe il disonesto”, uno che, ha aggiunto, ha “messo in piedi una patetica campagna allarmistica”. Poi, in un’intervista a Fox News Digital, l’ex presidente ha rincarato la dose: “A causa della sua grossolana incompetenza, Joe Biden è una vera minaccia per la democrazia”.

In attesa che la Corte Suprema dirima il caso riguardante la legittimità o meno del tycoon a correre di nuovo per la Casa Bianca, oggi i due sfidanti torneranno di nuovo a parlare e a dire la loro nel giorno della commemorazione dell’assalto a Capitol Hill. Ma visti i toni dei protagonisti e la polarizzazione del Paese, quelle cinque ore di violenza incontrollata che videro migliaia di trumpiani assediare il Congresso non sembrano solo una pagina del passato, ma un monito su come l’America si prepara al conto alla rovescia che porterà alle elezioni di novembre.