Tutti gli strappi tra Usa e Russia dalla fine della guerra fredda

AGI – C’è chi pensa che la guerra fredda, in effetti, non sia mai finita. Di sicuro non durò a lungo il sogno di un’era d’amicizia e cooperazione tra i due blocchi – in particolare tra Stati Uniti e Russia – che si aprì dopo il collasso dell’Urss, nel 1991. Mentre i carri armati russi oggi continuano a violentare l’Ucraina, tra le due superpotenze le tensioni risuonano delle peggiori crisi del passato, a cominciare da quella dei missili di Cuba del 1962.

Nella giornata di lunedì il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore Usa a Mosca per comunicargli che le relazioni tra i due Paesi sono “sull’orlo del collasso” dopo che la settimana scorsa il presidente Joe Biden aveva definito Vladimir Putin un “criminale di guerra”. Ma negli ultimi trent’anni è stata un’escalation con poche interruzioni la storia delle relazioni tra le due potenze. 

Dopo l’Urss 

Accantonata la definizione dell’Unione sovietica come “impero del Male” (come la definì Ronald Reagan), con la fine della guerra fredda decretata ufficialmente al vertice di Malta del 1989 ed il notevole sforzo di disarmo su ambo i fronti con la firma del trattato Start I da parte di George Bush padre e Mikhail Gorbaciov, la relativa bonaccia dei rapporti tra Usa e Russia seguita allo scioglimento dell’Urss (compresa la firma dello Start II), già alla fine degli anni Novanta era destinata a compromettersi.  

Mosca vedeva con irritazione e sospetto l’allargamento della Nato verso est e, soprattutto, era fortemente contraria al bombardamento della Jugoslavia ad opera dell’Alleanza atlantica dalla fine di marzo 1999, tanto che l’allora presidente Boris Eltsin non ci pensò due volte a ricordare a Bill Clinton (a sua volta critico per l’attacco russo alla Cecenia) che la Russia “è ancora una superpotenza nucleare”.  

L’arrivo di Putin 

Con l’arrivo dell’ex capo del Kgb al Cremlino le cose non migliorarono, anzi: mentre Mosca certo non apprezzava l’unilateralità delle risposte americane agli attacchi dell’11 settembre, a Washington si cominciò a registrare con nervosismo il nuovo attivismo della Russia. Le accuse reciproche non si fecero attendere: Mosca accusò gli Usa si aver incoraggiato le rivolte anti-russe in Georgia nel 2003 e soprattutto quella della cosiddetta rivoluzione arancione in Ucraina.

Inoltre, la Russia criticò in modo molto veemente l’invasione statunitense dell’Iraq in quello stesso anno, pur non ricorrendo al potere di veto. L’anno precedente gli Usa si ritirarono dal trattato anti-missili balistici e cercarono un accesso in Asia centrale in modo da arrivare alle locali fonti di petrolio e gas, così entrando nella sfera d’influenza russa.

Una situazione che va peggiorando negli anni a seguire: nel 2007 la Russia vede come potenziale minaccia il piano Usa di costruire una stazione di difesa missilistica in Polonia ed una stazione radar nella Repubblica Ceca, due Paesi che avevano fatto parte del Patto di Varsavia. Mentre Washington affermò che si trattava semplicemente di aumentare le capacità difensive verso l’Iran e la Corea del Nord. La Russia per tutta risposta iniziò dei test per i missili balistici intercontinentali Rs-24.  

Un altro scambio di cortesia avvenne quando Putin si recò a Teheran per parlare del programma nucleare iraniano: per rispondere alle critiche di Bush, il presidente russo comparò pubblicamente il piano americano dei missili al confine con la Russia con il viaggio dei missili sovietici verso Cuba che portò alla crisi del ’62.

L’anno dopo – in seguito all’accordo tra Stati Uniti e Polonia per piazzare dieci missili intercettori in Polonia – il giorno dopo l’elezione di Barack Obama, Mosca annunciò che la Russia avrebbe dispiegato dei missili Iskander a Kaliningrad, al confine polacco, se gli Usa non avessero rinunciato al loro progetto. Le armi non tacquero a lungo: nel 2008 le tensioni crebbero quando la Russia e la Georgia condussero la “guerra dei cinque giorni” nelle repubbliche autoproclamate dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia.   

Proteste in Russia 

Dopo un breve periodo di “nuova ripartenza” delle relazioni, nel 2010 si arrivò ad un nuovo accordo di disarmo (il NewStart) grazie al quale furono ridotte ancora una volta in modo notevole i reciproci armamenti nucleari, le diffidenze e accuse reciproche ripresero vigore con le proteste di massa in Russia seguite alle elezioni del 2011, quando l’allora primo ministro Putin (nell’alternanza di potere concertata con Dmitri Medvedev) accusò Washington di avere “interferito negli affari interni della Russia” incitando alle rivolte

A livello personale, le relazioni tra Obama e Putin erano pessime: “Difficilmente si sono visti due capi di Stato così a disagio l’uno alla presenza fisica dell’altro”, commentò un osservatore esterno.  

War games e sanzioni 

Accompagnati da una serie di “incidenti” quali l’intercettazione di due bombardieri strategici Tupolev Tu-95 al largo della costa dell’Alaska e la scoperta che un sottomarino Akula aveva scorrazzato indisturbato nel Golfo del Messico, nel dicembre 2014 il presidente Obama siglò una serie di sanzioni “di viaggio e finanziarie” a quanti in Russia avessero “abusato di diritti umani”.  

Alcuni mesi dopo, due Tupolev Tu-95 sfiorarono il territorio statunitense di Guam, intercettati da due jet Mc-Donnell Douglas Eagle F-15. Alla fine del 2013, la Russia annunciò un primo riarmo con i missili balistici RS-24 Yars, a cui seguì l’accusa formale degli Usa di aver violato il trattato di disarmo del 1987.  

Da Snowden alla Crimea (e gli hacker) 

Certamente la garanzia dell’asilo politico da parte della Russia ad Edward Snowden, il “whistleblower” che aveva copiato e pubblicato centinaia di migliaia di pagine di documenti segreti del governo americano e poi incriminato di spionaggio dagli Usa, aveva provocato un ulteriore brusco peggioramento delle relazioni, tanto da portare al clamoroso annullamento dell’incontro tra Obama e Putin che si sarebbe dovuto tenere a Mosca nel settembre 2013.

Tensioni che schizzarono di nuovo alle stelle con la ‘prima’ crisi ucraina: il referendum sull’annessione della Crimea del 2014, dopo il crollo del governo pro-russo di Viktor Yanukovich cui seguì l’occupazione effettiva della penisola, venne dichiarato “illegale” dagli Stati Uniti, che aveva convocato il consiglio di sicurezza dell’Onu. L’allora segretario di Stato Usa John Kerry definì l’annessione della Crimea “un atto di aggressione deliberatamente messo in atto con un pretesto”.  

E ancora: nel 2014, gli Usa e il loro alleati decisero di sospendere la Russia dal G8 e Washington impose nuove sanzioni alle attività russe in Ucraina, colpendo tra gli altri i settori dell’energia e della difesa.

Nell’aprile del 2015, la Cnn rivelò che un gruppo di “hacker russi” era riuscito a penetrare fin nel sistema operativo dei computer della Casa Bianca, attacco definito dall’intelligence americano come “tra i più sofisticati mai lanciati contro i sistemi governativi statunitensi”. Altre sanzioni contro la Russia arriveranno nel 2017, in particolare contro le compagnie russe connesse all’Iran.  

Missili & veleni 

Il primo ministro russo Dmitry Medvedev arrivò a dire che gli Usa e la Russia erano “sull’orlo di una guerra” dopo l’attacco missilistico alla base aerea di Shayrat nell’aprile del 2017 in risposta all’attacco chimico di Khan Shaykhun durante la guerra in Siria, attribuito alle forze di Assad. Così un successivo colpo d’artiglieria americano su una base in Siria venne definito dai russi come il “primo scontro mortale tra cittadini russi e statunitensi dai tempi della guerra fredda”.

Nel marzo del 2018, in seguito all’avvelenamento di Serghej e Yulia Skripal in Gran Bretagna, il presidente Donald Trump ordinò l’espulsione di sessanta diplomatici russi e la chiusura del consolato russo a Seattle. Di tutta risposta Mosca rispose con il simultaneo richiamo in patria di 140 diplomatici russi da 25 Paesi accusando il governo degli Stati Uniti di star ricattando le altre nazioni. 

Gas russo e talebani 

In tempi più recenti è stata la pipeline Nord Stream 2 – un progetto miliardario volto a moltiplicare il flusso di gas dalla Russia alla Germania – ad essere posta sotto sanzione da parte degli Usa. L’allora ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz affermò che tali sanzioni rappresentavano “un duro intervento negli affari interni di Germania ed Europa”.

Per il ministro degli Esteri russo Lavrov il Congresso degli Stati Uniti aveva “letteralmente esagerato col proprio desiderio di fare ogni cosa per distruggere” le relazioni tra stati Uniti e Russia.

Nel giugno del 2020, con il Covid già in pieno furore, fu una notizia del New York Times a scatenare il balletto delle reciproche accuse, affermando che la Russia avrebbe supervisionato un programma di cacciatori di taglie legati ai talebani per uccidere agenti dei servizi segreti stranieri in Afghanistan, a cominciare ovviamente dagli americani. Fioccarono smentite, ma le tensioni e la diffidenza rimasero intatte.