Un anno di Enrico Letta alla segreteria del Partito democratico

AGI – “Apriamo le porte e vinciamo le elezioni”. Con queste parole, un anno fa, Enrico Letta chiedeva all’assemblea del Partito Democratico di eleggerlo segretario.

Nicola Zingaretti si era dimesso dieci giorni prima, al termine di una guerra intestina strisciante, cominciata con la crisi del Conte II e la formazione del nuovo governo.

Le correnti, infatti, avevano ricominciato a far pesare la loro presenza, soprattutto all’interno dei gruppi parlamentari e, prima ancora di arrivare allo scontro aperto, Zingaretti aveva deciso di fare un passo indietro, con parole nette: “Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni”, scriveva in un post il presidente della Regione il 4 marzo.

Pochi giorni dopo, Letta faceva sapere su Twitter di essere pronto a rimettersi in gioco, per il partito e per il Paese. La presidente del Pd, Valentina Cuppi, convoca allora l’assemblea alla quale Letta si rivolge con queste parole: “Non vi serve un nuovo segretario ma un nuovo Pd”.

Il metodo politico che propone Letta è chiaro: sostenere il governo Draghi, dialogare con tutto il centrosinistra M5s compreso, aprire il Pd superando le correnti (“che dopo giorni non ho ancora capito”) e guardando ai giovani e alle donne.

Ma soprattutto l’ex premier lancia alcune proposte qualificanti: il voto ai sedicenni, lo ius soli, la partecipazione azionaria dei lavoratori nelle imprese, la riforma contro il “trasformismo” dei cambi di casacca in Parlamento, la sfiducia costruttiva e una nuova legge elettorale superando il Rosatellum.

Proposte, soprattutto lo ius soli, che catalizzano l’attenzione suscitando entusiasmo nel centrosinistra e critiche a destra. Una polarizzazione che rende subito chiaro da che parte sta il Pd, fedele a Draghi ma con la sua identità.

Il tema più divisivo, nel partito, rimane però quello delle alleanze. Dai gruppi dem arriva sempre più forte la richiesta di non spezzare l’asse con il M5s. Letta decide di conservare quel rapporto che ha retto il Conte II, durante i mesi drammatici della crisi pandemica.

Lo fa, tuttavia, portando il Pd al centro di “un campo largo” di centrosinistra che, nelle speranze di Letta, dovrebbe andare da Leu a Calenda. Compreso Renzi. Non si tratta di sommare delle sigle, ma di mettere insieme progressisti, liberal e riformisti che insieme sono già, nel Paese.

Lo strumento che Letta sceglie sono le Agorà democratiche, un laboratorio di “intelligenza collettiva” e “democrazia partecipativa” come le chiama il segretario.

Si parte con un vademecum che il segretario presenta in assemblea, poi le Agorà prendono forma in primavera, attraverso alcuni appuntamenti pilota, per decollare in estate. “Per essere parte del campo largo basta partecipare alle Agora'”, spiega Letta.

E l’esperimento sembra funzionare, al punto che molte delle proposte presentate sono già sul punto di essere tramutate in disegni e proposte di lege da presentare in Parlamento. A un anno di distanza, il bilancio può dirsi positivo. Per i sondaggi, che vedono il Pd giocarsela per il primo posto, al 21,5 per cento, tallonato da Fratelli d’Italia al 20,03 (Supermedia Youtrend/Agi).

Ma anche per i risultati delle urne: alle ultime amministrative, il Pd ha vinto con la coalizione di centrosinistra più il M5s in città come Milano, Torino, Bologna, Roma e Napoli.

Nella stessa tornata, Letta viene eletto alle suppletive di Siena e torna alla Camera a sette anni esatti da quel passaggio glaciale della campanella di Palazzo Chigi con Matteo Renzi. “Un onore e una grande emozione entrare di nuovo in Aula, qualche anno dopo”, scrive su Twitter Letta, pubblicando una fotografia dell’Aula di Montecitorio.

“Rientro da trionfatore? No, rientro perché sono stato eletto. Non ho aspettato, è una casualità che il giorno sia oggi. Rientro da parlamentare di Siena.

Non dobbiamo pensare che il risultato di ieri abbia un significato superiore a quello che ha”, risponde ai cronisti che lo ‘scortano’ dal Nazareno. Oltre a quella di Sienza, il Pd centra anche le suppletive di Roma, prima con Andrea Casu, eletto nel seggio di Primavalle; poi con Cecilia D’Elia, eletta in quello del centro storico.

Tuttavia, la prima sfida davanti alla quale si trova Letta al suo arrivo al Nazareno è quella interna: il partito vive una situazione che rasenta la schizofrenia, con i gruppi parlamentari che rispondono a sensibilità diverse da quelle della maggioranza degli organi statutari.

Il segretario interviene mettendo da parte logiche correntizie, ma brandendo la bandiera della parità di genere: dopo la formazione del nuovo governo, in cui il Pd esprime tre ministri uomini, è ora di vedere due donne a capo dei gruppi parlamentari. Vengono elette Debora Serracchiani alla Camera e Simona Malpezzi al Senato.

Due esponenti non riferibili all’area di maggioranza (Malpezzi è esponente di Base Riformista) con le quali il segretario ripristina quella catena di comunicazione che si era interrotta negli anni precedenti. È anche grazie a questo nuovo rapporto che riesce a vincere “la madre di tutte le battaglie”, quella del Quirinale.

Negli uffici del Pd alla Camera viene istituito una sorta di gabinetto di guerra dem, di cui le capigruppo sono parte fondamentali. Lo dimostra il fatto che la rielezione di Sergio Mattarella si comincia a concretizzare proprio tra i grandi elettori, mentre i leader dei partiti son alla ricerca di una quadra che sembra impossibile da trovare.

“Il Pd si rimette alla saggezza del Parlamento”. È la formula con la quale Letta, per primo, apre ufficialmente alla rielezione di Mattarella. Parole salutate da un’ovazione dell’assemblea dei grandi elettori dem. Quello della parità di genere è una battaglia vinta anche nelle aule parlamentari: a metà ottobre, infatti, il Parlamento approva la legge sulla parità salariale fra uomo e donna e, per il segretario del Pd, si tratta di “una grande conquista”.

Il cammino, certo, non è stato privo d’inciampi, come con il ddl Zan per il contrasto all’omotransfobia. A voto segreto, il Senato approva la richiesta di non passare al voto degli articoli del ddl. In 154 sono favorevoli alla proposta presentata dal leghista Calderoli, che rimanda il testo in Commissione.

Un affossamento, ma Letta promette di non abbandonare la battaglia e di portarla avanti con la speranza di vincerla.

Passi in avanti hanno compiuto, più recentemente, altri due provvedimenti a cui il Pd tiene molto: quello sulla cittadinanza e quello sulla morte volontaria medicalmente assistita.

Norme che riguardano i diritti e che camminano assieme alle riforme che Letta ha messo in agenda, dalla riforma dei regolamenti parlamentari, necessaria per curare la “democrazia malata di trasformismo”, e quella della legge elettorale.

Il tutto, senza abdicare a quel ruolo di “forza responsabile” che il Pd svolge in una maggioranza di governo scossa sempre più spesso da tensioni interne.

Dopo aver evitato che il governo andasse sotto in occasione del voto sull’articolo della delega fiscale riguardante il catasto, ora il Pd è atteso alla sfida delle norme sulla concorrenza e di quelle sugli appalti.

E all’orizzonte già si scorgono le urne delle amministrative, vero test per le politiche del 2023. Un anno vissuto pericolosamente, si direbbe. E il tweet con cui Letta ‘festeggia’ la ricorrenza sembra confermarlo: “Un anno fa cominciavo una nuova avventura.

Con una discreta dose di incoscienza. Non ho idea di come andrà a finire, ma per ora devo solo dire un enorme grazie a chi mi ha finora sostenuto e accompagnato in questo viaggio”.