Usa 2024, nel male o nel caos Trump protagonista del futuro della democrazia

di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Nel 2024 saranno diversi e importanti gli appuntamenti elettorali nel mondo delle democrazie, compreso quello per il rinnovo del Parlamento Europeo, ma nessuno avrà conseguenze su tutti gli altri come le elezioni negli Stati Uniti. L’atto finale del voto USA sarà il 5 novembre, ma già da gennaio inizia un percorso con insidie tali da poter compromettere la più longeva democrazia del mondo e, di conseguenza, la credibilità dello strumento di governo finora usato dalle nazioni più avanzate.
Questo accade perché Donald Trump si è ricandidato alla presidenza degli Stati Uniti. Cioè, colui accusato di avere attivamente partecipato, quando era ancora alla Casa Bianca, all’insurrezione del 6 gennaio 2021, mettendo in pericolo il Congresso e persino la vita dei legislatori americani che si accingevano a certificare l’avvenuta elezione di Joe Biden alla presidenza, potrebbe tornare ad essere l’uomo più potente del mondo.
Trump, a dispetto di quegli ultimi giorni di caos della sua presidenza, non solo si è ricandidato, ma risulta in testa a tutti i sondaggi che lo indicano ormai vincitore della nomination del partito repubblicano e con ottime chance anche di battere a novembre il candidato dei democratici, almeno se sarà ancora l’attuale presidente Joe Biden.
Alla vigilia del 2024, la nazione più potente del pianeta si ritrova con un dilemma: per mantenere la sua democrazia, il minore dei mali sarà rischiare l’eventuale vittoria di Trump – nonostante i timori che l’ex presidente possa instaurare un regime autoritario simile a quello vigente in Russia (dopotutto Putin è un “dittatore eletto”) – oppure impedirne con le vie legali, la partecipazione alle elezioni, rischiando di compromettere la credibilità di tutto il sistema democratico e l’autorità di chiunque sarà eletto alla presidenza?
Sono pochissimi coloro che oggi stanno esultando in America, soprattutto tra gli avversari di Trump, alle notizie sulla sua esclusione dalle liste elettorali delle primarie di certi Stati dell’Unione che, ci dicono, “applicano” la Costituzione. Prima il Colorado, poi anche il Maine, e chissà quanti alti tra gli altri 48 stati, pretendendo di rispettare il 14esimo emendamento della Costituzione, che vieta a un pubblico ufficiale che abbia giurato sulla costituzione e poi partecipato ad una insurrezione, di potersi candidare a qualsiasi carica elettiva. Almeno secondo il dibattito in corso tra molti costituzionalisti degli Stati Uniti, queste “esclusioni statali” non convincono sia come giusto processo legale (Trump non è stato ancora formalmente condannato per “insurrezione”) sia come “opportunità” politica. A moltiplicare la confusione i maggiori network americani e gli editoriali sui maggiori giornali, in cui si ascoltano e si leggono da settimane esperti dando le più svariate interpretazioni.
Che fare? L’ex governatore del New Jersey, il siculo-americano Chris Christie, anche lui candidato alle primarie repubblicane, alla notizia che lo stato del Maine “vieterà” a Trump la candidatura, ha reagito con stizza, perché così ne farebbero “un martire”. Secondo Christie, Trump non vede l’ora di poter ripetere, “povero me, povero me”, e a pensarla così non è il solo. Anche l’ex stratega elettorale di Barack Obama, David Axelrod, ha ricordato sulla CNN che l’ascesa nei sondaggi elettorali di Trump è stata accelerata da ogni notizia su una sua nuova incriminazione. Già, “il vittimismo” di essere ostacolato dai “poteri forti”, continua a portare ondate di consenso a Trump.
Per trovare una via di uscita al dilemma di cui appare prigioniera la democrazia americana, bisogna porsi la domanda: perché Trump vuole tornare ad essere presidente?
Trump stesso ha rilanciato nel suo “Truth social” il risultato di un “poll”, in cui gli elettori rispondevano ad un simile quesito: quale è la parola che descrive meglio la ricandidatura di Trump? La parola più ripetuta dagli elettori è stata “revenge”, vendetta. La seconda, “dittatura”. Trump, e lo ripete lui stesso nei comizi oltre a lanciarlo nei social, vuol tornare alla Casa Bianca per fargliela pagare a tutti i suoi nemici, a partire da Biden. Come dichiarazione di “auguri” alla vigilia di Natale, rilanciata sempre nel suo “Truth Social”, Trump ha scritto di augurarsi che tutti i suoi nemici “marciscano all’inferno!”.
Questa è la strategia di Trump, “terrorizzare” gli avversari, ma la vera motivazione per la sua candidatura, l’obiettivo finale crediamo sia un altro: la via elettorale come la più efficace, o unica per difendersi da quei processi che – lo sapeva già il giorno che perse le elezioni del 2020 – gli sarebbero caduti addosso.
La strategia di Trump e del team dei suoi avvocati appare quella di “ritardare” i processi, almeno quelli più importanti, fino alle elezioni e poi, una volta vinte, auto-perdonarsi.
Ma se invece il 45esimo presidente le elezioni le perde non diventando mai il 47esimo? Comunque la sua “ridiscesa in campo”, con tutte le tensioni e spaccature che ha creato, punta al “perdono” presidenziale (qualunque il vincitore finale sia). E’ stata la stessa Nikki Haley, l’ex governatrice del Sud Carolina e ex ambasciatrice di Trump all’ONU, ormai ritenuta l’unica candidata in grado di poterlo ancora impensierire, a intuirlo e dichiaralo: se sarà lei a vincere la presidenza, “perdonerò Trump se sarà condannato, perché ciò farebbe gli interessi migliori del paese”. Crediamo che se il vincitore il 4 novembre 2024 dovesse essere Joe Biden (o persino un Robert Kennedy jr), accadrebbe comunque il “pardon” per Trump. Solo così si potrebbero “calmare” i supporter “maga” arrabbiati per quelle eventuali “condanne” che avrebbero impedito al loro “duce per un giorno” di vincere le elezioni….
Nel 2024, per il futuro della democrazia più longeva del mondo, sarà ancora una volta determinante il ruolo della Corte Suprema. I giudici supremi hanno già deciso chi sarebbe entrato o uscito dalla Casa Bianca. Nel 2000, fermando la riconta dei voti in Florida, decisero che sarebbe stato George W. Bush e non Al Gore ad entrare nello Studio Ovale. Nel 1974, quando votarono contro la pretesa di “privilegio esecutivo” di Richard Nixon durante lo scandalo del Watergate, consentendo che le registrazioni segrete carpite nell’ Ufficio Ovale fossero consegnate ad un tribunale federale, determinando le inevitabili dimissioni del presidente. Ora con Trump ai 9 giudici supremi verrà richiesto se l’ex presidente debba essere escluso dalle elezioni, cioè dal giudizio del popolo “sacro” in democrazia.
Concludiamo con la nostra previsione: la Corte Suprema fermerà il caos sulle esclusioni dalle liste elettorali da parte degli Stati, iniziato dal Colorado e Maine e chissà da quanti altri. Ma, quando toccherà di decidere su l’immunità presidenziale richiesta da Trump per il processo federale contro di lui sui fatti del 6 gennaio che dovrebbe aprirsi a marzo, in cui il procuratore speciale Jack Smith accusa Trump di aver complottato per sovvertire il responso delle elezioni del novembre 2020 (Trump è accusato di cospirazione, manomissione di testimoni e cospirazione contro i diritti dei cittadini), la Corte Suprema lascerà che il processo vada avanti e che sia una giuria di cittadini a decidere.
Trump cercherà ancora di rallentare il processo prima delle elezioni, ma i tempi ci sono per poter invece essere condannato prima del voto. Sarebbe la sua sconfitta definitiva? Dipende. Se il suo obiettivo era quello di minacciare il caos, “il perdono” già annunciato da Nikki Haley, sarà condiviso da chiunque vinca a novembre, Trump avrà quindi raggiunto il suo obiettivo, ma a non perdere oltre a lui, ci sarebbe anche la democrazia più longeva del pianeta che, pur barcollando, potrà continuare ad esistere e sostenere tutte le altre.

– foto Agenzia Fotogramma –

(ITALPRESS).