Vadym fotografo a Roma ora aiuta i civili in Ucraina

AGI – Vadym Moroz, 36 anni, prima di ritrovarsi ad aiutare i suoi connazionali ucraini ha fatto per undici il fotografo a Roma, città a cui è ancora indissolubilmente legato. Abitava sulla via Cassia, in una casa in cui non è riuscito a tornare  e nella quale, assicura, farà ancora visita visto che ha “alcune pratiche burocratiche e amministrative da sbrigare”. Si è ritrovato in Ucraina durante la pandemia e da allora, nonostante ci abbia provato, non è riuscito a tornare in Italia. Adesso un’altra, diversa, emergenza lo costringe a restare in Ucraina.

In una intervista all’AGI ha spiegato che attualmente lavora al servizio della popolazione, aiutando soprattutto i civili che vogliono lasciare il Paese. “In questo momento mi trovo a Chernovtsy – esordisce in un perfetto italiano – e sto lavorando attraverso internet per aiutare le persone”. Prima di raggiungere Chernovtsy, però, si trovava a Odessa, una delle città più colpite dal conflitto. 

“Il 24 di mattina, attorno alle 5:00, ho sentito i primi colpi. La mia casa ha iniziato a tremare, mi sono svegliato a causa delle forti vibrazioni, non riuscivo a capire cosa fosse. Poi ho sentito 4 spari di molotov, pensavo che le finestre si spaccassero. Dopodiché ogni giorno accadeva qualcosa. Dopo tre giorni mi sono spostato per raggiungere i miei genitori. Per il momento – continua – sto lavorando come civile, aiuto soprattutto le persone che vogliono trasferirsi all’estero. Sto cercando poi contatti in Italia e in Germania per l’acquisto di giubbotti antiproiettili e caschi di cui hanno bisogno i ragazzi al fronte. Stiamo organizzando un gruppo per fornire aiuti sotto questi punti di vista”.

Donne e bambini stanno cercando di lasciare le città. “Gli uomini anziani vogliono rimanere – continua – nonostante l’età, hanno voglia di aiutare. Tutte le persone stanno facendo quel che possono”.

“Ogni giorno arrivano notizie che mi colpiscono dentro. Al fronte, a combattere con l’esercito russo, stanno morendo molte persone. Nella Resistenza ci sono anche miei amici. Anche a me viene il pensiero di arruolarmi, ma non avendo mai preso in mano un’arma sto cercando di sfruttare le mie capacità. Utilizzo internet, le apparecchiature informatiche, prendo contatti. Tutto questo per aiutare più persone possibili”. “Tornare a Roma? – conclude – Se finirà tutto presto e avrò il permesso sì, farò ritorno in città, ma non so se sarà possibile. Ci sono tantissime cose che non sono riuscito a finire, tra banche e documenti. Persino il permesso di soggiorno. Qui ho anche una macchina italiana, quella con cui sono arrivato”.

A Chernovtsy ha anche incontrato un suo connazionale partito dalla Città eterna per arruolarsi: “chi l’avrebbe mai detto – dice – fino a poco tempo fa eravamo a Roma a gioire e lavorare. Ma questa volta nelle nostre conversazioni non c’erano né i momenti felici né le nostre attività. Non abbiamo dormito per diversi giorni ascoltando i rumori sopra le nostre teste. Siamo tornati nelle città in cui siamo nati”.

“Persone innocenti – conclude Vadym – stanno morendo senza motivo. Siamo tutti molto uniti, e questa è la nostra forza”.