Venti di Guerra fredda su Taiwan

AGI – La visita della presidente della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi, è solo l’ultima manifestazione del protagonismo degli Stati Uniti a sostegno di Taiwan, “una questione che provocherà una crisi entro tre anni”, in un clima che richiama l’epoca della Guerra Fredda. è questa la rischiosa prospettiva esposta al quotidiano Le Figaro da Hal Brands, professore di relazioni internazionali all’Università Johns Hopkins.

In altre parole, su Taiwan è in atto un altro braccio di ferro diplomatico tra Stati Uniti e Cina, in cui ciascuna delle due superpotenze rivali gioca le proprie carte a colpi di dichiarazioni esplicite e dissuasive. Da un lato, fa notare lo studioso americano di politica estera statunitense, Washington “non ha rinunciato alla sua politica di una sola Cina e difficilmente estenderà il riconoscimento diplomatico a Taiwan, nè offrirà garanzie formali di sicurezza, come un trattato di alleanza”.

Dall’altro, però, l’amministrazione Biden “cerca di far capire alla Cina che Taiwan non è l’Ucraina e che Pechino non deve aspettarsi che gli Stati Uniti si astengono dall’intervenire in caso di attacco”. In reazione, sottolinea Brands, la Cina ha potuto percepire le ultime dichiarazioni diplomatiche americane nella regione come “segnali che lo status quo attraverso lo stretto di Formosa sta cambiando”.

Equilibri regionali in piena evoluzione da collocare nel contesto globale della guerra in corso in Ucraina che, secondo l’esponente del consiglio di orientamento degli Affari esteri al Dipartimento di Stato Usa, a più livelli sta dando spunti strategici e diplomatici al presidente Xi Jinping. Per alcuni analisti il conflitto tra Kiev e Mosca potrebbe “iniettare una ulteriore dose di prudenza nei calcoli del presidente cinese, mostrandogli quanto una conquista militare sia difficile e costosa, già da un punto di vista economico”, valuta Brands.

L’altra lezione tratta dalla guerra in Ucraina è che un’invasione di Taiwan, se venisse lanciata, “dovrebbe essere rapida e decisiva, per non dare il tempo alla difesa di Taiwan di organizzarsi e alla comunità internazionale di infliggere sanzioni alla Cina. Quindi si tratterebbe di mettere il mondo intero davanti al fatto compiuto e raggiungere quanto prima il momento in cui nessuno vorrà rischiare un confronto globale per salvare Taiwan” prevede il co-autore di “Danger Zone. The Coming Conflict with China”.

Al momento, l’unica certezza in questo scenario volatile è che le intenzioni delle due parti sono molto chiare quindi non ci sono molti rischi di incomprensione: i cinesi hanno chiaramente fatto sapere che vogliono recuperare la sovranità su Taiwan e che non escludono l’uso di misure coercitive o il ricorso alla forza per raggiungere l’obiettivo. Gli Stati Uniti sono stati altrettanto chiari nel dichiarare che non si oppongono formalmente alla politica di “una sola Cina”, ma che considerano come molto grave qualsiasi tentativo cinese di modificare lo status quo, che sia con la coercizione o con la forza militare.

Per Brands, il più grande motivo di preoccupazione è rappresentato dall’evoluzione dell’equilibrio militare nella regione, che si è modificato a favore della Cina negli ultimi decenni. “Siamo di fronte a un problema di capacità piuttosto che di credibilità. Temo che ci stiamo avvicinando a un punto in cui Xi Jinping potrebbe considerare favorevolmente l’idea dell’uso della forza, soprattutto se pensa che la Cina possa sconfiggere Taiwan, e prevenire o rinviare un intervento statunitense per aiutare l’isola” argomenta lo studioso americano. In tal senso oggi Pechino ha maggiori capacità rispetto al passato.

“La vecchia barzelletta che paragona un’invasione cinese di Taiwan a un evento di nuoto da un milione non è più così valida. La Cina ha sviluppato notevoli capacità militari negli ultimi anni, anche se non sono state testate in combattimento per più di 45 anni” fa notare Brands. Pertanto la Cina ha acquisito la capacità di cambiare lo status quo e – aggiunge l’analista – “sarei sorpreso se Xi Jinping non cercasse almeno di mettere alla prova questo nuovo equilibrio istigando una resa dei conti, se non altro per vedere cosa può ricavarne”.

Per tutti questi motivi Brands considera come “certo il fatto nei prossimi due o tre anni affronteremo sicuramente una crisi intorno a Taiwan”. Intanto per il fatto che, dal loro punto di vista, “i cinesi possono anche considerare questo tipo di azione come una misura difensiva. La loro preoccupazione per i potenziamenti militari statunitensi e il maggiore sostegno degli Stati Uniti a Taiwan potrebbero convincerli che devono agire per impedire che la statura internazionale di Taiwan aumenti” prospetta l’esperto americano.

Da storico, Brands paragona la questione di Taiwan alla crisi che esplose alla fine degli anni ’40, quando l’Unione Sovietica stava cercando di estendere la sua influenza in diverse aree, come l’Iran, la Turchia o Berlino. All’epoca lo status quo era stato mantenuto poichè l’Occidente si era mostrato disposto a rischiare una crisi diplomatica, e forse anche un conflitto armato per preservarla. A Berlino e poi in Corea, due luoghi in cui gli americani erano geograficamente svantaggiati dalla distanza, hanno tuttavia ritenuto sconsiderato fare marcia indietro.

Taiwan occupa una posizione militare di gran lunga superiore a quella di Berlino Ovest, o addirittura alla Corea del Sud, ma queste crisi hanno in comune di essere state il luogo in cui gli interessi dei due avversari si sono scontrati” valuta Brands. In conclusione, al di là di confronti validi, “rischiamo di entrare in un periodo piuttosto preoccupante, visto che i cinesi sono ora in grado di testare lo status quo attorno a Taiwan. La domanda quindi sarà fino a che punto gli Stati Uniti saranno disposti a spingersi per mantenerlo”.

Se finora Stati Uniti e l’Occidente in generale hanno considerato la rivalità con la Cina in modo relativamente astratto, “ora ci stiamo accorgendo che la concorrenza geopolitica è spesso accompagnata da un pericolo di conflitto molto concreto” conclude l’esperto.