“Vi spiego come funzionano ma non chiamatele baby gang”

AGI – “Parlare di baby gang è riduttivo e persino fuoviante: si tratta di un fenomeno molto più complesso e fluido, che cresce e, crescendo, si modifica. E che, per questo, non può essere affrontato solo in chiave di repressione: serve un approccio molto più complesso”. Marco Calì, dirigente della Squadra mobile della questura di Milano, spiega all’AGI come si formano e in che modo agiscono le nuove bande giovanili multietniche, cattive protagoniste sempre più frequenti delle cronache – per lo più notturne – di tanti contesti urbani.

“Definirle gang – premette Calì – è sbagliato già da un punto di vista metodologico: le gang sono strutturate, rispondono a schemi precisi, a codici, a regole interne ed aree di influenza, queste nuove bande giovanili si aggregano e si ‘sciolgono’ con la stessa velocità, non sono formate sempre dagli stessi elementi e si costituiscono in parte persino ‘al momento’ dopo l’incontro in luoghi magari preconcordati sui social”.

In molti casi, ricorda il dirigente, “c’è una commistione con forme di devianza giovanile: parliamo di serate segnate da comportamenti incivili che a un certo punto, spesso a notte fonda, degenerano quando qualcuno del gruppo decide di dare libero sfogo ad una iperaggressività latente che si traduce in rapine di giubbotti, di cellulari, di calzature firmate. Con una violenza del tutto sproporzionata rispetto al valore del bottino“.

La logica, conferma Calì, “è sempre quella del branco, spesso molto numeroso, dove ci si spalleggia e ci si carica a vicenda: quasi sempre l’alcol, e spesso anche il riscorso a sostanze stupefacenti, funzionano da innesco. Mentre le vittime predestinate sono ragazzi più piccoli, spesso isolati, o comunque in una condizione di oggetitva inferiorità”.

Il fenomeno coinvolge praticamente tutte le grandi città, “da Milano a Torino, da Roma a Napoli, da Padova ad Ancona, ma anche centri più piccoli, e spesso i componenti delle bande vengono dalle cinture urbane o dalle periferie più lontane: molti gli stranieri, ma più spesso i gruppi sono ‘misti’, formati da italiani e non, uniti dalla ricerca di un senso di appartenenza che può essere sociale od ambientale, o di semplice volontà di appropriazione violenta di modelli – il capo di abbigliamento griffato o lo smartphone di ultima generazione – altrimenti irraggiungibili”.

Difficile misurare quanto su tutto questo abbia influito la pandemia, “ma certo le restrizioni imposte dal Covid hanno segnato per forza di cose una forte compressione della libertà individuale e della vita sociale, che soprattutto in certe fasce anagrafiche e in certi contesti si e’ tradotta in insofferenza alle regole e ai controlli di polizia”.

Mentre è indiscutibile il peso dei social: “attraverso i social ci si ‘conosce’ e ci si dà appuntamento, con raduni che non di rado sfociano in mega risse. E sui social vengono postati i video delle violenze e dei raid, creando un pericolosissimo effetto emulativo”.