Viaggio nella giungla delle sigle dei partiti politici: da Alt a Ipf, da Az a Pcl

AGI – L’ultimo arrivato è Ipf, cioè ‘Insieme per il Futuro’, il nome dei nuovi gruppi parlamentari guidati da Luigi Di Maio. Qualche deputato che ha aderito al progetto preferirebbe Ipif, ma quattro lettere sembrano troppe per un acronimo. La giungla s’infittisce: Ala, Iv, Cal, Pcl, Idea, Az, CI, Ev, Mdp, CD, +E, Si, FdI, CpE, Fn, CpI, Alt.

Alt davvero, perché nel mondo politico – parolaio per definizione – la confusione regna sovrana, anche se “le sigle ormai si usano meno rispetto al passato, quando si somigliavano tutte per via di quella P che stava per ‘partito’. Era la Prima Repubblica e una lettera poteva fare molta differenza: Pci, Psi, Pri erano simili soltanto foneticamente. Adesso, invece, gli acronimi sono diversi ma la sostanza politica spesso è molto simile o difficile da afferrare”, spiega all’AGI il costituzionalista Gabriele Maestri, amministratore da dieci anni del sito isimbolidelladiscordia.it.

“Ci sono state poche cause sulle sigle, molto più sui simboli, tuttavia – continua Maestri – le richieste di diffida non sono mai mancate”.

L’ex eurodeputato Mario Mauro ‘sintetizzò’ i suoi Popolari per l’Italia con un PPI che non piacque affatto a Pierluigi Castagnetti, già leader di un altro PPI, lo storico Partito Popolare italiano.

Simile, ma diverso, rispetto ai vecchi Ccd, Cdu, Udc, Udeur, al più recente Az (Azione di Calenda) e, ovviamente, a un altro Pp (Partito pensionati) e a Pap (Potere al popolo). 

Alcuni hanno criticato Matteo Renzi per aver chiamato il suo partito Iv, troppo simile a Idv (quello fondato da Antonio Di Pietro): “Erano gli stessi secondo i quali la ‘spunta’ del simbolo ricordava il gabbiano, logo dell’Italia dei Valori”.

Berlusconi volle tornare a Forza Italia (FI) anche perché il suo Popolo della libertà non è mai entrato nel cuore degli elettori, tanto che ha avuto più fortuna l’acronimo Pdl: “In più c’era chi continuava a chiamarlo ‘la Pdl’ e nemmeno questo piaceva al suo leader”, nota Maestri.

Un ginepraio degno di un enigmista se si considera anche che Beppe Grillo ribattezzò ‘Pd meno L’ il Partito democratico (Pd) per sottolinearne le somiglianze politiche con il centrodestra. Da non confondere con Cd (Centro democratico, di Tabacci).

Non sono mancate sigle impronunciabili – è più semplice dire Movimento 5 Stelle che M5s – e altre poco chiare: Msi (Movimento Sociale italiano) suonava anche come Mis (per essere pronunciata meglio: da qui l’aggettivo missino).

Stesso caso per Ncd, il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, o per Fli, Futuro e Libertà per l’Italia di Gianfranco Fini.

Altri sembrano orfani di acronimo: “Cambiamo! che sigla potrebbe avere?”, si chiede Maestri.

Da quando ha tolto Nord dal suo nome, invece, la Lega non ha più una sigla (anche se, sulla carta, sarebbe Lsp, cioè Lega per Salvini premier).

Sempre meglio di quel Ricostruiamo il Paese, la fondazione di Tosi (all’origine del suo Fare!), che suonava sinistramente come Rip. Un po’ troppo: è vero che i partiti non se la passano bene, ma è noto che non muoiano mai.