Viaggio sul litorale laziale tra omertà e ribellione dopo le inchieste su politici e mafia 

AGI – “Anzio pagherà carissima un’onta del genere finita addirittura sul ‘Times’. Che ci fosse un’aria strana lo avevamo capito tutti ma le intercettazioni sui presunti legami tra il sindaco e la criminalità mi hanno fatto crollare il mondo addosso”.

Giorgio Buccolini, erede di una dinastia proprietaria dal 1912 di supermercati cittadini, lascia che il suo caffé diventi freddo perché ha foga di esternare quanto e perché sia così arrabbiato. C’è una ragione di affetti: “Negli anni Ottanta alcuni personaggi di Latina, che poi vennero condannati, misero bombe su bombe fuori ai negozi di mio padre perché lui non voleva pagare tangenti – racconta all’AGI -. Io ero piccolo e mi caricarono su un’auto costringendomi a stare per undici mesi nascosto dentro a un buco in un’altra città per paura che mi facessero del male. Quando ho letto queste  carte mi si è è oscurata la vista”.

“Episodi inaccettabili in consiglio comunale”

Le carte a cui si riferisce, ormai nelle mani di mezza Anzio che le scruta alla ricerca di nomi conosciuti, sono le 1500 pagine dell’inchiesta ‘Tritone’ nelle quali la Dda di Roma ipotizza che le cosche calabresi abbiano favorito l’elezione dei  sindaci di Anzio e Nettuno, Candido De Angelis e Alessandro Coppola, entrambi non indagati. Due Commissioni, nominate dai prefetti col via libera del governo, stanno compiendo verifiche in vista di un possibile scioglimento dei Comuni. 

C’è anche una ragione politica a sconcertare Buccolini: “Ero candidato nella lista di De Angelis, non sono entrato in Comune per pochi voti. L’ho sostenuto  sempre finché non sono successi alcuni episodi che stridono con la mia concezione dorotea e col mio vissuto. Non è immaginabile che un primo cittadino lasci il suo posto in consiglio per andare a puntare il dito contro un’esponente dei 5 Stelle dicendole ‘Se succede qualcosa ai miei figli, succede anche ai tuoi’. O che dica a un’altra consigliera a cui hanno tagliato le gomme e mandato un proiettile frasi come ‘Hai l’ascella putrida’. E nessuno dell’opposizione, in questi e in altri casi gravi, ha replicato”.

Nella periferia “roccaforte delle cosche” e allo ‘Zodiaco’ 

Valerio Marchione di Nettuno è uno di quelli che  non è rimasto di stucco per i 65 arresti. Ha 40 anni e ne aveva poco più di 20 quando ebbe un incontro ravvicinato con Antonio Gallace, detto Michael Jackson per le sue pose da rockstar, che lo prese a cattive parole rivendicando il suo profilo criminale mentre lui, giovane attivista,  affiggeva manifesti nelle case popolari. “Era una famiglia che noi ragazzi conoscevamo bene perché riforniva il mercato di droghe leggere”. 

Quell’incontro col clan al centro dell’inchiesta della Dda ha indirizzato la sua vita verso uno scopo. “Lo vedi com’è meraviglioso ma anche maltrattato questo territorio – indica il mare, il promontorio del Circeo, le isole pontine ma anche gli abusi edilizi, ville liberty e castelli lasciati andare e le barche che vendono il pesce sul molo “non si potrebbe, solo qui succede” -. Ecco, voglio proteggerlo perché lo amo. Per questo vado in continuazione dalle forze dell’ordine a presentare esposti da cui poi nascono processi. Ogni volta sono contenti di vedermi, mi dicono: ‘Siete così pochi a denunciare e che, ti cacciamo via?’”.  

Ci porta fuori dal centro storico della cittadina natale di Nerone e Caligola verso un tour nelle periferie, scenario delle ultime inchieste della magistratura. “Qui siamo allo Zodiaco, l’intervento della Polizia di un mese fa ha riportato un po’ di ordine. Vivono abusivamente centinaia di cittadini rom, abbandonati a loro stessi in condizioni di degrado”.

Più avanti c’é ‘Falasche’ “il posto delle ‘ndrine, dove sorgono le loro ville. Sono le roccaforti elettorali per i politici legati ai calabresi”. Al Quartiere Europa “i carabinieri hanno dovuto tagliare due splendidi pini perché nascondevano gli appartamenti dove si spacciava”. Enormi e sgraziati edifici ospitavano “il supermercato della droga, fabbricata in casa e venduta nel piazzale, quasi alla luce del sole”. Non è finita, però.

Lo straziante pellegrinaggio di ogni notte 

Racconta di un pellegrinaggio straziante che non cessa. “Di notte a piedi o in bici qui arrivano decine di tossici, giovani e non, con gli occhi allucinati. Zombie che vengono qui a farsi di crac, che ad Anzio è arrivato ora, cocaina o altro”. Passiamo davanti ai campi di padel che sta costruendo l’ex giocatore della Roma Bruno Conti. “Finalmente qualcosa di bello”.

Quali sono, se ci sono, i risvolti nella vita quotidiana della presenza della criminalità? “Sicuramente la malamovida, alla sera succede di tutto fuori dai locali” è l’esempio di Valerio che sottolinea “il salto di qualità di ‘Tritone’ rispetto alle precedenti inchieste perché è la prima che ipotizza rapporti coi politici”. Un gelataio, che preferisce restare anonimo per timore di ritorsioni, è sferzante: “Ma davvero scopriamo ora che ad Anzio  c’è la ‘ndrangheta? Alcune persone vanno in giro offrendo a noi commercianti di manomettere i contatori per farci risparmiare sulle spese. Poi, ovviamente, chiedono il voto. Ci sono candidati che portano i pacchi di pasta fuori dalla porta o anche i soldi”.

Roberto, che ha vissuto l’infanzia da queste parti negli anni sessanta, ha lavorato a Milano ed è tornato da non molto  come pensionato, riferisce che “il cambio di residenza per chi si sposta ad Anzio può richiedere tempi molto lunghi a meno che tu non abbia qualche conoscenza negli uffici”.  

Il no dei commercianti al corteo antimafia, “sbattuto il mostro in prima pagina” 

 Walter Regolanti, il presidente dell’associazione commercianti e artigiani di Anzio, nega che la sua categoria sia bersaglio di richieste di pizzo: “Non mi risulta che accada dagli anni Ottanta”.

In questi giorni è stato criticato perché il direttivo dell’associazione ha deciso di non prendere parte alla manifestazione contro le mafie. Ci accoglie con molta cortesia nel suo ristorante ‘Romolo al porto’, uno dei preferiti, tra gli altri, di Francesco Totti, avvertendo che registrerà l’intervista. In una recente indagine sulla mafia a Latina venne indicato dagli inquirenti come vittima di un’estorsione da parte del clan dei Di Silvio, imparentato coi più noti Casamonica: “Non fu un’estorsione. Capita che paghiamo il conto a clienti fidelizzati, dei quali ci fidiamo, è normale che succeda. Ovviamente siamo contro le mafie ma non ci piace nemmeno che venga sbattuto il mostro in prima pagina – entra nel merito della scelta di non partecipare al corteo -. Ce l’abbiamo non quel giornalismo che non si rende conto che in una comunità come la nostra ci sono delle dinamiche che vanno al di là di quello che può essere il sacrosanto diritto di cronaca. In mezzo a tanti nomi fatti, ci sono i nostri parenti, i nostri amici, gente che sappiamo essere integerrima. Commercianti, liberi professionisti su cui metterei non una mano ma la testa sul fuoco”.

Nessuna difesa del sindaco, assicura. “Siamo sempre stati fuori dalla politica. Certo, mai come con questa amministrazione abbiamo avuto un rapporto così diretto e proficuo. Anzio dopo Roma è diventata la seconda città come movimentazione di denaro per turismo e commercio. E’ un successo le cui ragioni andrebbero studiate perché, mentre in altri posti c’è crisi qui, abbiamo un boom dell’immobiliare e degli alberghi. Le intercettazioni in cui si dice che De Angelis si sarebbe messo a disposizione dei clan? Qui entriamo in un discorso di investigazione che non è parte del nostro mondo.  Ecco perché ci siamo messi super partes, non a favore o a sfavore dell’amministrazione, ma neutri. Aspettiamo che le indagini facciano chiarezza. Alla manifestazione non abbiamo aderito perché viene caldeggiata da una determinata da una certa fascia politica e già in passato abbiamo commesso l’errore di andare a una dove c’era anche Casa Pound e dissero che eravamo fascisti”.

La consigliera vittima di intimidazioni

In piazza per ‘Il silenzio è mafia’ c’è invece la consigliera del Pd Lina Giannino: “In questi anni ho avuto quattro ruote della macchina squarciate, un proiettile e di recente una lettera in cui c’era scritto: ‘Puttana comunista, lascia stare l’assessore e il sindaco’. Questo perché avevo fatto presente che il presidente di un’associazione che collaborava col Comune era stato in carcere per droga. Mi risposero che non guardavano la fedina penale di chi lavorava col Comune”. E’ la prima volta che Anzio scende in strada contro le mafie, mentre a Nettuno accadde nel 2005 quando venne sciolto il Comune.

“Chi amministra ha detto che eravamo dei disturbati mentali noi che sollevavamo il problema della criminalità tacciandoci di voler rovinare l’immagine della città. Non capisco ora cosa aspettino a dimettersi De Angelis e Coppola”. dice un altro consigliere di Anzio, Luca Brignone. “Siamo a totale disposizione dell’autorità il cui bene ha la priorità assoluta” promette De Angelis, che per 13 anni, con qualche pausa tra un mandato e l’altro, è stato primo cittadino. Coppola garantisce che sarà dato “il massimo supporto possibile alle indagini”. Entrambi negano di essere collusi coi clan. Una pensionata, ex ristoratrice, osserva: “I commercianti, hanno paura di mettersi a favore o contro. Stanno quasi tutti zitti. Hanno paura delle ripercussioni, ti possono fare qualsiasi tipo di dispetto, ti levano la veranda, ti mandano i Nas. Se questa non è mafia…”.

E un’insegnante, che è impegnata in percorsi  sulla legalità coi suoi allievi, arriva a dire: “Se parlo, rischio il posto…”, pur essendo di ruolo.  

Le ‘prove’ sventolate dai balneari di Sabaudia  

“Come va?” chiede il gestore dello stabilimento balneare a un cliente prima dell’aperitivo. “Bene, non sono tra gli arrestati” risponde lui con una risata. L’imprenditore, proprietario dello ‘Scoglio’, uno dei più noti hotel-ristoranti-lidi della cittadina, sventola un foglio che tiene a portata di mano per chi tiri fuori l’argomento: “Ecco qua, io ci tengo a chiarire le cose. Come vedi, nel 2020 ho pagato tutto quello che dovevo al Comune, undicimila euro. Chi ha fatto le indagini non se n’è  accorto”. Sabaudia, la cui architettura razionalista Pierpaolo Pasolini lodò come “un miracolo tra il metafisico e il realistico”, vive i suoi giorni più surreali.

La ‘prima fila’  della città è indagata o agli arresti, dal sindaco, ora dimissionario, Gaia Gervasi, al presidente del sindacato balneare provinciale, all’ex direttore del Parco Nazionale del Circeo, a due carabinieri della Forestale più ex assessori, dipendenti comunali, imprenditori. Il quadro che emerge dalle 500 pagine messe in fila dall’accusa è quello di un presunto ‘sistema Sabaudia’ all’insegna della corruzione, dalle cose più spicciole, come il taglio di 13 pini, all’organizzazione milionaria di una tappa della Coppa del Mondo di canotaggio.

Ma  a suggestionare di più chi ama questa località dalle dune scintillanti è l’ipotesi che “tutte le 45 attività balneari sul lido” abbiano goduto “nel tempo di favoritismi e privilegi nel Comune”.

Gli stabilimenti sono per lo più chiusi in questa stagione, tranne quelli che si abbinano a un albergo. E i titolari dei pochi aperti concordano nel sostenere che hanno versato il dovuto, magari in ritardo, ma garantiscono di non avere più alcun debito. “Non solo –  spiegano all’AGI – ci teniamo a sottolineare che la sindaca non ci ha trattati di certo bene a cominciare dal fatto che non ci ha difesi abbastanza perché siamo stati costretti a pagare di più a causa dell’aumento della valenza turistica di Sabaudia, diventata pari a quella di Portofino”. Dall’ordinanza degli arresti risulta che dal 2014 al 2019 mancherebbero nelle casse del Comune 157.755 euro per i mancati canoni. Il debito sarebbe stato sanato l’anno dopo, è la tesi di chi lavora sulla spiaggia, quando il Comune pretese tutti gli arretrati. 

Lo champagne stappato dal ragazzo del chiosco che fece avviare l’inchiesta 

Mentre tutti i balneari fronte mare si difendono dalla burrasca e consultano gli avvocati, in un’altra parte del mondo c’è uno di loro che posta video sui social in cui stappa bottiglie di champagne su una spiaggia esotica urlando ‘Sabaudia è libera, abbiamo scassinato il sistema!’.

E’ Niko Scavazza,  il gestore del chiosco ‘Bounty’, molto popolare tra i ragazzi nella sua versione discoteca, che fece partire l’inchiesta nel 2019 insieme al padre Giovanni, finito in carcere per aver cercato di incendiare la direzione nazionale del Parco come forma di protesta dopo una serie di controlli al figlio, a suo dire persecutori, da parte dei carabinieri.

“Sono stato depresso per tre anni per quello che mi hanno tolto – dice Niko all’AGI -.Troppa cattiveria, senza motivo, forse perché lavoravo meglio degli altri, protetti da un sistema che ora viene alla luce. Mi sono accorto  che qualcosa non andava nel 2017 perché tutti i giorni avevo controlli della Forestale sia per terra che per mare. Uno di questi carabinieri è stato arrestato. Ora vivo con mia figlia tra la Spagna e il Brasile. Quest’estate riaprirò solo per amore verso i miei clienti che non mi hanno mai abbandonato. Mio padre? Abbiamo litigato, non ci sentiamo più”.  

L’avvocato Giovanni Lauretti, che difende la sindaca, ci tiene a precisare che “l’unico capo d’imputazione rimasto in piedi sui balneari è quella che riguarda ‘La Caravella’, riconducibile al presidente del Sindacato”. In questa vicenda, Gervasi si sarebbe spesa per convincere un impiegato che aveva negato la concessione alla struttura per evasione del canone a cancellare la ‘punizione’. In realtà, di imputazione ce n’è un’altra e riguarda la revoca alla ‘Rosa dei Venti’ a cui si oppose l’impiegato Claudio Leone che in un’intercettazione afferma: ‘Io faccio il mio dovere e rispetto la legge’”. Leone  è andato in in pensione e preferisce non commentare né gli arresti né il suo ruolo di ‘tutore’ della legalità.  

Il manager che se andò sbattendo la porta 

Chi ha voglia di spiegare all’AGI come siano andati i fatti sulla Coppa del Mondo dal suo punto di vista è Eugenio Rambaldi, fondatore del gruppo civico ‘Cosavogliopersabaudia’. “Ho una lunga esperienza come manager, mi sono occupato anche di Eurodisney. Nel 2018 la sindaca mi contattò perché la federazione internazionale del canottaggio chiedeva tra i requisiti per organizzare l’evento il nome di un project manager. Così ebbi quel ruolo e iniziai a partecipare alle riunioni ma non mi davano retta e non mi sembravano avere le  competenze necessarie. Io ripetevo che eravamo in ritardo di un anno e che le spese andavano fatte solo dopo una delibera, come mi suggeriva la mia esperienza. La sindaca mi garantiva che ero il suo ‘cane da guardia‘ e mi cambiò il nome in ‘control manager’. Bello, peccato che non mi sia stato consentito di esercitare questo controllo. La ‘goccia’ è stata quando ho saputo che era stato dato l’incarico a una persona per dirigere il sito web. Andai da lei manifestandole il disappunto perché non ne ero al corrente. Rispose che era un fatto gravissimo e che mi avrebbe fatto sapere. Ancora attendo la sua risposta. Decisi di  andarmene. Qualcuno disse per soldi, ma io stavo facendo quel lavoro pro bono, per amore della città, e avevo capito che non mi avrebbero consentito di farlo come volevo. Troppo cose erano opache”.

Al suo posto subentrò Luigi Manzo, direttore del Comitato Sabaudia MMXX, che aveva il compito di organizzare la gara, finito tra gli arrestati nell’operazione ‘Dune’.

Il lago un po’ dolce  e un po’ salato 

La competizione che avrebbe dovuto svolgersi nel 2020 saltò per il Covid e si svolse poi nel giugno 2021 sul lago di Paola di cui è proprietaria Anna Scalfati la quale, a proposito delle presunte corruzioni descritte dai magistrati, ha dichiarato al ‘Messaggero’: “Qui funziona come in Sicilia”.

La storia di questo lago ha dell’assurdo. Il Comune ha cercato negli anni scorsi di comprarselo  puntando sulla tesi che le sue acque siano “salate” e quindi di proprietà pubblica. Ma per via giudiziaria si è stabilito che non è né dolce, né salato, è salmastro perché ci sono pesci di lago e pesci di mare.

“Così resta nelle mani della facoltosa famiglia degli Scalfati. Non credo che ne ricavino molti guadagni. A parte le gare di canottaggio, non viene sfruttato per molto altro” commenta Rambaldi.

Qualcuno sulla  vicenda della Coppa del Mondo si è giocato l’appartenenza politica e qualcun altro l’ha addirittura abbandonata. Come il consigliere Massimo Celebrin: “Ero nella maggioranza ma mi accorsi che qualcosa non quadrava – racconta -. Feci allora un accesso agli atti al responsabile del Comune all’Ufficio Sport, Fabio Minotti, che mi consegnò un documento”.  Ci mostra una lettera firmata da Manzo in cui il dirigente viene invitato a “distruggere sotto la sua personale responsabilità” quel pezzo di carta  che era in possesso del Comitato organizzatore perché “concernente accordi tra due soggetti di diritto privato di cui è venuto impropriamente in possseso”. A Minotti è stato notificato un divieto di dimora a Sabaudia sebbene in quell’occasione abbia dato prova di trasparenza. “Da quel momento sono uscito dalla maggioranza e ho cercato in tutti i modi di battermi contro l’opacità sull’organizzazione della tappa. Ora, a 40 anni, ho deciso di abbandonare la politica per la delusione” afferma Celebrin.  

Pure al consigliere leghista Enzo Di Capua erano venuti dei dubbi: “Gli arresti sono stati una bomba atomica, nessuno se li aspettava. Ma che molte cose non fossero trasparenti, ce n’eravamo accorti. Sulla Coppa presentai un’interrogazione che ancora aspetta una risposta”. “Un giorno in consiglio comunale feci questa domanda: questa è la terza tappa della Coppa del mondo: chi si ricorda le prime due dove si sono svolte? – racconta Giovanni Secci, consigliere di Forza Italia e candidato sindaco perdente alle ultime elezioni -. Silenzio in aula. Per dire che questa spesa, arrivata da quel che so ad almeno a un milione e quattrocentomila euro, forse poteva essere destinata ad altro. Nel 2021, una volta disputata la gara che era stata rinviata per il Covid, abbiamo chiesto gli atti. Non ci sono stati dati. Se dovessimo vincere le elezioni peviste a maggio finalmente li vedremo”. 

Il centrodestra, in un territorio in cui la sinistra è molto debole, sosterrà l’ex generale dei carabinieri Alberto Mosca. Alcuni politici dicono, ma senza volersi esporre “perché non c’era nulla di ufficiale”, che Lega, Pd e parte di Fdl sarebbero stati pronti a sostenere una ricandidatura della sindaca ora ai domiciliari.

Il giovane parrucchiere Stefano espone un punto di vista dei cittadini: “Della Coppa del mondo ce ne siamo accorti solo perché c’erano tre bandiere e una canoa disegnata su un cartello. Alla città di tutti questi soldi spesi non è rimasto nulla. Sul resto, posso dire che Sabaudia è un posto complicato, non basta nemmeno chiedere un favore a un sindaco perché c’è l’Ente parco che domina su tutto. E’ una situazione confusa di poteri che forse favorisce situazioni come quelle di cui parlano l’inchiesta. Se, per esempio, voglio tagliare un albero secolare nel mio giardino, devo chiamare i forestali”.

L’avvocato Lauretti sottolinea che “l’organizzazione della Coppa richiedeva competenze molto specialistiche e il Comune doveva rendere conto alla Federazione internazionale canottaggio e al Coni. Se errori ci sono stati, non hanno portato all’arricchimento di nessuno. Se davvero ci fosse stata una congrega di briganti sarebbero state ben altre le gare in cui spartirsi il denaro. Comunque siamo tranquilli, chiariremo tutto”.

Tutto quello che non c’è nella località dei vip 

Fuori del tema inchiesta la maggior parte degli intervistati lamenta che a Sabaudia, a dispetto della grandeur suggerita dai volti famosi che la frequentano, non c’è una stazione, non ci sono taxi, cinema, teatri, a settembre gli stabilimenti sono chiusi, la storica fontana è senza acqua da luglio ed è diventata una casa per le rane  e la maggior parte dell’indotto arriva dall’agricoltura, non dalla spiaggia, precisamente dai consorzi dei contadini di origini venete che producono angurie per mezza Europa. Non c’è nemmeno una piscina. “La sindaca aveva promesso di investire sei milioni per farne una ma poi, a ridosso delle elezioni, ha detto che ai cittadini non interesssava più e li ha dirottati sui borghi, per un calcolo elettorale. E pensare che agli atleti servirebbe come il pane, oltre a chi deve sottoporsi a terapie riabilitative” commenta Rambaldi.

Negli alberghi sulle cyclette vista mare gli atleti delle nazionali di canottaggio della Lituania, dell’Irlanda e della Nuova Zelanda rifiniscono muscoli e accarezzano, baciati dal sole, speranze di vittoria. Sono gli unici in questo momento a Sabaudia a non avere un amico o un parente indagato.